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Ana Kapor
presenta Vladimir Pajevic
Ho letto da bambina un racconto che si chiamava Il portone verde.
Parlava di un uomo che vagando in un giorno qualunque per un vicolo anonimo,
trovò dietro la mole di un socchiuso portone verde il giardino dei
miracoli. Era un mondo di quiete, dindicibile bellezza e serenità.
Aveva passato solo un po di tempo là dentro, ma il ritorno alla
quotidianità gli apparve insopportabile e scoprì di non poter
vivere senza il giardino. Tornò speranzoso nel vicolo ma mai più
riuscì a trovare il grande portone verde.
A volte ho l'impressione che Vladimir sia andato cercando quel giardino
per tutta la sua vita. Talvolta lo trova ma cè sempre un muro,
un cancello rinserrato che lo separa da quel tranquillo e verde universo.
Poi, anni fa, la sensazione che il giardino con il portone misterioso fosse
nascosto proprio a Roma lo persuase a cercarlo dietro i muri scrostati degli
antichi palazzi vestiti dedera e addormentati in un sogno metafisico.
Non ci sono numeri civici a distinguere i suoi cancelli, non ci sono divieti
di parcheggio o segnali di senso unico nei muri del suo mondo estemporaneo.
I quadri di Vladimir ci raccontano leterno sogno di serenità
e solitudine, vissuto nellombra delloleandro.
Dipinge ancora con la stessa pazienza e mestiere dei maestri dellOttocento.
Lo distingue l'assoluta esclusione dalle correnti e mode dellarte contemporanea,
come se avesse inventato un linguaggio pittorico tutto suo nel quale permane
testardamente. Debbo ammettere che mi piace un uomo ed un artista così,
ed è forse lì che risiede il segreto della nostra unione.
Talvolta, però, mi viene il dubbio che il giardino di Vladimir, a
sua insaputa, stia nascosto proprio vicino, dietro qualche muraglione dei
palazzi che abitano nei miei quadri...
Ana Kapor, gennaio 2001
Vladimir Pajevic
presenta Ana Kapor
Nel 1983, quando Ana è arrivata a Roma per iscriversi allAccademia
di Belle Arti, ha portato con sé, oltre alleredità mediterranea
e limpronta che la Serenissima ha lasciato nella sua terra dorigine
dallaltra sponda dellAdriatico, anche un amore passionale per
la pittura del Rinascimento. Erano gli anni in cui a Roma le varie correnti
si rafforzavano al danno della Pop Art importata dallAmerica, ma già
qualcuno ostentava il desiderio di ripristinare la vecchia gloria e dignità
dellarte figurativa nata sul suolo italico.
Ana si è così incamminata fra i capolavori della storia dellarte,
ha rivisitato le figure dominanti dei primi piani che abitavano le strane
prospettive, ha rivisto i crocifissi, i Santi e i condottieri temerari che
cavalcavano nei paesaggi delle colline vestite di blu, con le loro fortezze
e le città medioevali, come in un sogno infantile. Lei non era attirata
dalla scena mitologica piena di pathos, di dolore e degli infiniti drapeggi,
ma piuttosto dagli sfondi ed architetture che nascondevano, forse, il mistero
dellarte dei tempi passati.
Ana non ha voluto distruggere quel sogno. Lei non è mai entrata dentro
gli edifici passando per i corridoi misteriosi dei castelli che dipingeva,
non ha percorso le maestose sale da ballo dove risuonava il canto dei menestrelli,
non ha mai visitato le polverose ed oscure quinte dove si consumavano intrighi,
congiure e drammi damore. Rimaneva affascinata soprattutto da quei dannati,
misteriosi palazzi che ci davano la possibilità di sognare la loro
vita interiore.
I suoi quadri sono uno sguardo malinconico della Principessa imprigionata
nel proprio castello, che nel cuore del Quattrocento contemplava le colline
lontane, i boschi ed il mare, sognando di viaggiare e di fuggire.
Lottando nella difficile arena dellarte italiana e con pochi preziosi
frammenti, Ana è riuscita a creare, a difendere ed imporci il proprio
mondo
così quando i miei occhi captano qualcosa di familiare
nel paesaggio italiano, penso sempre: questo è un tipico paesaggio
di Ana!
Vladimir Pajevic, gennaio 2001
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