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Home : Mostre : Folletti

Folletti

di Giulio Obici

I folletti non popolano soltanto le favole, spiritelli fugaci e erranti nell'aria. Talora prendono corpo tra di noi, quaggiù, per materializzarsi in un disegno sul muro, in un simbolo, in una frase, in un racconto, perfino in una persona, ogni volta forieri di un colpo di scena o di felicità, di un rimorso o di una fitta al cuore, di un invito a sorridere oppure a meditare. Non sempre ce ne accorgiamo. Anzi, molto spesso sfuggono ai nostri occhi: discreti, sovente enigmatici, frequentano le nostre strade non per essere visti, ma per essere scoperti. La loro esistenza dipende dunque da noi, dal nostro sguardo. E se siamo lesti ad afferrarli, allora scopriamo che, in fondo, altro non sono che una proiezione dei nostri pensieri: un folletto può essere visto da un passante e non da un altro. Ma quando finiscono dentro la macchina fotografica e poi inquadrati in un'immagine, tutti noi li riconosciamo per quello che sono: apparizioni improvvise in cui si condensa un po' della nostra vita. La vita personale, sociale e perfino politica. Comunque, con i folletti delle favole hanno un tratto in comune: sono quasi sempre transitori. Un giorno ne vidi uno tracciato su un muro, ma l'indomani non c'era più.

Sono rari i casi in cui un folletto sopravviva al tempo e alle sue ingiurie. Quando accade, l'apparizione viene da lontano, carica di memorie e di ammonimenti, ma non è detto che sia un retaggio nobile del passato, può trattarsi di un'umile insegna stradale, magari consunta ma ancora eloquente, come quell'omino sbarrato dalla riga rossa del divieto di transito che oggi sorveglia il nulla e una volta segnalava un'agricoltura fertile, rigogliosa, protetta, poi travolta dal calpestio della grande fuga verso la città.

Nella città, l'apparizione può essere un fulmineo bagliore che illumina il frettoloso grigiore della strada. Un giorno, mi appostai in un vicolo nel cuore della grande metropoli, attirato da quell'ombra cupa che lo divideva a metà e stranamente ne faceva un luogo magico, separato come mi parve dal pur vicinissimo fragore urbano. In attesa che vi accadesse qualcosa capace di dare una misura alla magia, mi dicevo: apparisse un bambino... E, miracolo, il bambino apparve sbucando con il suo pallone dal nero dell'ombra, folletto di luce, apparizione di speranza, riparazione al rimorso di vecchi e nuovi calpestii.

Ma di regola, nella grande città, i folletti popolano i muri, immagini fisse collocatevi da una mano distratta e comunque ignara che poi, tra di loro, nasceranno dialoghi impertinenti o divinatorie congiure. Nel grande manifesto pubblicitario issato nel 1994, quel trampoliere dalle lunghe braghe bianche e quel moderno pagliaccio che vi si aggrappava ilare e succube sarebbero rimasti muti se un altro folletto non si fosse intromesso, per dialogare con loro, nel vicino tabellone elettorale che annunciava l'evento del secolo, la strepitosa discesa in campo del futuro. È così che nel mio obbiettivo sono finiti, insieme, la politica e i trampoli, il domani e l'incerto incedere del clown, il sorriso di carta e la malinconia del circo. Forse anche Cassandra era un folletto.
Un altro giorno, chinando gli occhi sull'acciotolato di una strada ho visto il coperchio di un tombino su cui erano ben conservati la scritta "Fognatura" e, accanto, un fascio del lontano ventennio, e allora mi sono convinto che i folletti, oltre che alla metafora, ricorrono all'ironia per scuotere, quando occorra, la nostra pigra coscienza.

E pensare che folletto deriva da folle perché ne è il diminutivo. Credo che l'etimologia di una parola non rispecchi sempre i significati che essa col tempo è venuta assumendo. È ben vero che i folletti, o almeno i miei folletti, hanno un che di stravagante, d'irrequieto o di iperbolico, insomma un tocco di follia, ma è quella follia lucida e consapevole con cui l'apparizione riesce a scardinare la normalità per diventare rivelazione. Tuttavia, almeno una volta, ho incontrato un folletto etimologicamente ortodosso. Posso dire infatti di avere fotografato la follia: non nei luoghi deputati, dove è facile raccoglierne le sembianze nei volti sempre uguali di quegli sventurati, ma sotto il cielo che ci sovrasta tutti. Accadde quel giorno caliginoso in cui vidi un omino camminare ossessivamente, calpestandoli più e più volte, lungo i giri concentrici lasciati sulla spiaggia da quattro robuste ruote, e poi allontanarsene appena intuì che la macchina fotografica l'avrebbe trasformato da folle in folletto.
Il folletto, anche per assonanza, mi rimanda piuttosto alla favola. E debbo confessare che perfino i miei folletti, quelli che inseguo quaggiù, spesso mi sembrano sul punto di spiccare il volo per raggiungere l'etereo mondo da cui etimologicamente derivano. È come se ci fossero dati in prestito da una transitoria fata consolatrice che li dispensa tra di noi per indurci al sorriso e poi, prima di involarsi, li richiama impietosamente a sé. Sono questi i folletti burloni, ilari, grotteschi o ironicamente disperati che ti si parano davanti quando meno te l'aspetti, con un messaggio ma più spesso con uno sberleffo.

Per esempio, quella piccola figura extraterrestre (porta sul petto il numero 130, dunque è una delle tante) che vigila con grandi occhi stupiti su un telefono distrutto dal solito, ma non meno misterioso, vandalo. O le matite giganti che sembrano destinate a scrivere in grande e invece finiranno tagliate nella stufa a legna di tanta letteratura. O la stella a cinque punte che, disegnata sul muro, tramonta su un mucchietto di spazzatura messo là dall'ironia della fata. O la bottiglietta di birra che dal podio ti apre lo sguardo su un'ordinata platea di seggiole, parabola impietosa di un atteso Godot che non parlerà mai. O i due minuscoli manichini nudi che in una vetrinetta fanno l'amore sotto gli occhi indifferenti di un terzo piccolo manichino vestito di tutto punto, geniale miniatura, con tanto di prezzi, del grande sexy-shop mediatico che sta consumando anche le ultime briciole della seduzione.

Oppure, infine, quell'enorme scritta che ho visto tracciata a grandi lettere all'imbocco di una galleria e che suonava così: "Ti porterò nella mia testa vuota", stravagante confessione di un dramma privato, anonimo in tutto, ma vistosamente spiattellato in pubblico come la scia di polvere sollevata da una tumultuosa partenza.

Una volta, è sembrato anche a me di essere sul punto di volare lassù, nel regno delle favole, assieme al folletto che la mia macchina aveva preso di mira. C'è da qualche parte un castello medioevale che spunta con le sue mura merlate dal cucuzzolo di un colle solitario. Un'immagine, già solo per questo, da favola. La stavo osservando nel mirino quando, improvvisamente, una piccola bambina a cavallo di una minuscola bicicletta attraversò seriosa, quasi indaffarata, l'intero specchio dell'inquadratura. Il clic della macchina fotografica dev'essere scattato da solo, mentre io mi dicevo in preda allo stupore: sì, sono entrato in una favola. Un attimo dopo, abbassai l'apparecchio e mi guardai intorno, ma la bambina non c'era più: mi domando ancora da dove fosse sbucata e dove, scomparendo, fosse finita. Forse, lassù.
Giulio Obici

Giulio Obici, maggio 2003

Il testo è pubblicato in Folletti. Fotografie di Giulio Obici, Galleria dell'Incisione, catalogo della mostra, Brescia 2003

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