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Emmalisa Senin, Opere su carta

Presentazione di Silvia Evangelisti

La pittura è stata la compagna prediletta di tutta la vita di Emmalisa Senin, non un rifugio nei momenti di difficoltà né un modo di impiegare il tempo libero, ma una scelta precisa e risoluta, un impegno irrinunciabile che ha segnato la sua esistenza in modo sostanziale.

Eppure, la lunga e felice vicenda artistica di Emmalisa si è tutta svolta nel silenzio, appartata dai tumulti delle correnti e degli stili artistici che si sono susseguiti negli oltre cinque decenni trascorsi da quando ha iniziato a dipingere.
Ciò non significa che l’artista non abbia vissuto il suo tempo, non abbia partecipato al clima artistico che la circondava. Così, pur avendo frequentato solo per poco una scuola d’arte, la pittura di Emmalisa risente dell'influenza del caldo intimismo dei giovani bolognesi, di quel dipingere sensibile e frantumato (alla Bonnard, potremmo dire), di natura postimpressionista, che caratterizza la pittura di Giovanni Romagnoli, Carlo Corsi, Guglielmo Pizzirani, gli artisti più rappresentativi del secessionismo bolognese.

Ma oltre a questi, forti affinità elettive legano l’artista agli impressionisti e postimpressionisti francesi, a Monet, Renoir, Mary Cassat, Berthe Morisot, ed in particolare a Bonnard e Vuillard. E quasi prolungamento dell’atmosfera intima e calda dei loro dipinti, la pittura di Emmalisa è leggerezza nel fluire di forme e di colore, come “stati d’animo”, che divengono interpretazione poetica personalissima della natura e del mondo, segnata dal riaffiorare di memorie, di immagini, di luci, di silenzi; leggerezza d’aria ed equilibrio di forme, instabile nel segno e nel colore usati con giudiziosa parsimonia, a creare una suggestione di memorie filtrate, di mondi famigliari, di tempi trascorsi, di solitudini.

Un sentimento della vita che scorre lenta e dolce pervade la sua pittura sensibile e vibrante di luce, felicemente lieve; i suoi dipinti sono popolati da figure evanescenti nella luminosità diffusa, da oggetti, da poche “fragili” cose legate al mondo poetico della quotidianità, al dolce e continuo fluire della vita, ma anche espressione visiva di un ineludibile sentimento della precarietà umana, segnata da una sottile ansia sommessa.

Nel quieto realismo di questi dipinti, infatti, la quotidianità più consueta e antieroica vive una dimensione come dilatata nel tempo, che un vago respiro d’inquietudine rende palpitante, e la piacevolezza del soggetto pare divenire visione sospesa della realtà, allusiva, che si consuma nella fugacità di un attimo di vita di un riflesso, di un colore, di un atteggiamento, di un pensiero segreto. Sotto la pelle di un mondo sereno e pacificato, così, pare scorrere un sottile filo di inquietudine: una sorta di silente apprensione che si nasconde dentro le cose, semplici e quotidiane, dislocate nello spazio di stanze abitate da persone dallo sguardo lontano, assorte nei propri impenetrabili pensieri. E’ come una sorta di precarietà sospesa, sottilmente poetica, non apertamente dichiarata e dunque accettata dall'artista stessa, che si insinua, quasi inconsciamente, nella normalità di una realtà che si mostra serena e rassicurante.

È questo non detto che, sottilmente, colpisce e coinvolge nei dipinti di Emmalisa Senin, ciò che l'immagine non descrive ma evoca, dando forma percepibile all’inconosciuto che è in fondo all’animo di ognuno di noi.

Protagonista dei dipinti è la luce, intensa e filtrata, che si dilata sulla superficie della tela; è questa luce-colore che rende instabile e "pulsante" la rappresentazione e trasforma gli oggetti da presenza fisica a evocazione, creando un'atmosfera sospesa, umanissima, e tenera, mai affettata: una quotidianità salvata dal tempo dal respiro lieve della vita, una normalità che diviene - nella pittura - quasi solenne, elevata a senso etico. E pare di cogliere nella pittura di Emmalisa una segreta intimità con il soggetto, e nella magica sospensione di un'ora serenamente luminosa, di una posa quieta e calma, il reale si ricompone con armonia di forme e colori; non si sente, in questi dipinti, nulla che appartenga ad un’idea di dramma esistenziale, ma una sorta di lieve malinconia, quasi la percezione di una caducità che la pittura può esorcizzare ma non certo vincere.

Silvia Evangelisti, agosto 2001

 
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