La pittura è stata la compagna prediletta di tutta
la vita di Emmalisa Senin, non un rifugio nei momenti di
difficoltà né un modo di impiegare il tempo
libero, ma una scelta precisa e risoluta, un impegno irrinunciabile
che ha segnato la sua esistenza in modo sostanziale.
Eppure, la lunga e felice vicenda artistica di Emmalisa
si è tutta svolta nel silenzio, appartata dai tumulti
delle correnti e degli stili artistici che si sono susseguiti
negli oltre cinque decenni trascorsi da quando ha iniziato
a dipingere.
Ciò non significa che lartista non abbia vissuto
il suo tempo, non abbia partecipato al clima artistico che
la circondava. Così, pur avendo frequentato solo
per poco una scuola darte, la pittura di Emmalisa
risente dell'influenza del caldo intimismo dei giovani bolognesi,
di quel dipingere sensibile e frantumato (alla Bonnard,
potremmo dire), di natura postimpressionista, che caratterizza
la pittura di Giovanni Romagnoli, Carlo Corsi, Guglielmo
Pizzirani, gli artisti più rappresentativi del secessionismo
bolognese.
Ma oltre a questi, forti affinità elettive legano
lartista agli impressionisti e postimpressionisti
francesi, a Monet, Renoir, Mary Cassat, Berthe Morisot,
ed in particolare a Bonnard e Vuillard. E quasi prolungamento
dellatmosfera intima e calda dei loro dipinti, la
pittura di Emmalisa è leggerezza nel fluire di
forme e di colore, come stati danimo,
che divengono interpretazione poetica personalissima della
natura e del mondo, segnata dal riaffiorare di memorie,
di immagini, di luci, di silenzi; leggerezza daria
ed equilibrio di forme, instabile nel segno e nel colore
usati con giudiziosa parsimonia, a creare una suggestione
di memorie filtrate, di mondi famigliari, di tempi trascorsi,
di solitudini.
Un sentimento della vita che scorre lenta e dolce pervade
la sua pittura sensibile e vibrante di luce, felicemente
lieve; i suoi dipinti sono popolati da figure evanescenti
nella luminosità diffusa, da oggetti, da poche fragili
cose legate al mondo poetico della quotidianità,
al dolce e continuo fluire della vita, ma anche espressione
visiva di un ineludibile sentimento della precarietà
umana, segnata da una sottile ansia sommessa.
Nel quieto realismo di questi dipinti, infatti, la quotidianità
più consueta e antieroica vive una dimensione come
dilatata nel tempo, che un vago respiro dinquietudine
rende palpitante, e la piacevolezza del soggetto pare divenire
visione sospesa della realtà, allusiva, che si consuma
nella fugacità di un attimo di vita di un riflesso,
di un colore, di un atteggiamento, di un pensiero segreto.
Sotto la pelle di un mondo sereno e pacificato, così,
pare scorrere un sottile filo di inquietudine: una sorta
di silente apprensione che si nasconde dentro le cose, semplici
e quotidiane, dislocate nello spazio di stanze abitate da
persone dallo sguardo lontano, assorte nei propri impenetrabili
pensieri. E come una sorta di precarietà sospesa,
sottilmente poetica, non apertamente dichiarata e dunque
accettata dall'artista stessa, che si insinua, quasi inconsciamente,
nella normalità di una realtà che si mostra
serena e rassicurante.
È questo non detto che, sottilmente, colpisce e
coinvolge nei dipinti di Emmalisa Senin, ciò che
l'immagine non descrive ma evoca, dando forma percepibile
allinconosciuto che è in fondo allanimo
di ognuno di noi.
Protagonista dei dipinti è la luce, intensa e filtrata,
che si dilata sulla superficie della tela; è questa
luce-colore che rende instabile e "pulsante" la
rappresentazione e trasforma gli oggetti da presenza fisica
a evocazione, creando un'atmosfera sospesa, umanissima,
e tenera, mai affettata: una quotidianità salvata
dal tempo dal respiro lieve della vita, una normalità
che diviene - nella pittura - quasi solenne, elevata a senso
etico. E pare di cogliere nella pittura di Emmalisa una
segreta intimità con il soggetto, e nella magica
sospensione di un'ora serenamente luminosa, di una posa
quieta e calma, il reale si ricompone con armonia di forme
e colori; non si sente, in questi dipinti, nulla che appartenga
ad unidea di dramma esistenziale, ma una sorta di
lieve malinconia, quasi la percezione di una caducità
che la pittura può esorcizzare ma non certo vincere.