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Velasco nelle terre vergini dell'arte

di Alessandro Riva

In ogni artista esiste un cuore nascosto, un segreto mai risolto e mai svelato. Quello di Velasco è sepolto nel fondo dei suoi mille disegni. Il disegno è, per Velasco, il punto di partenza e quello d'arrivo: è la sua iniziazione, il suo travaglio e il suo orgoglio. È il sentimento che si fa materia senza la mediazione dell'idea, è l'impatto del segno senza il cruccio dello stile, è l'emozione, il pathos, la materia grezza del colore prima che subentri la regola della pittura. È la sensualità del segno, la sua anima vibrante, il suo cuore selvaggio che ci stordisce e ci assorda. È velocità, intuizione e sgomento.

"Io comincio il mio lavoro d'artista unicamente disegnando, con il pensiero sotterraneo che mai avrei dipinto una tela. La carta fa parte della mia formazione, del mio stare al mondo. La carta per me è sempre stato il supporto ideale: perché mi ha sempre dato l'idea che si può stracciare più facilmente che non la tela. È un supporto talmente povero che non mi pone nessun problema di rispetto, mentre sulla tela, chissà perché, ho sempre la sensazione di dover fare per forza qualcosa di compiuto. Con la carta ho un rapporto più agile, più diretto, al punto che spero sempre di poter dipingere come disegno. E devo dire che ho sempre disegnato come un pazzo". L'esordio di Velasco è, del resto, e per tutti, un esordio nel segno (mi si perdoni il bisticcio) del disegno: lo è per Giovanni Testori, il suo scopritore (se mai si può dire di qualcuno che abbia scoperto un artista, come se ogni artista non si scopra in fondo da sé), che nel 1984 lo definì, semplicemente, con quella semplicità che rimane ben infissa nella mente e nella memoria, propria dei grandi satrapi della parola, "massimamente disegnatore" - e tanto basta per collocarne la presenza in un clima, quello della metà degli anni Ottanta, dove, malgrado il colpo d'ala del gruppo anacronista a Roma, e la spinta in avanti (o indietro) della sparuta e quantomai santificata pattuglia della Transavanguardia in giro per il mondo, il diktat era e rimaneva, nonostante tutto, quello dell'idea, della trovatina fredda e saputa, della negazione sistematica dell'opera e dello stile. Dove, si può dire senza tema di sbagliare, la dittatura dell'avanguardia era arrivata al suo punto più basso, e dunque - come avviene nella fase calante di tutte le dittature, da che mondo e mondo - anche il più cupo, il più violento e oppressivo. Non è un caso che Velasco senta, in quegli anni, e per sua stessa ammissione, la condizione dell'isolamento come una, in fondo, "felice condanna": e dico felice laddove la felicità, una felicità sottile e pungente (e mi sembra quasi di sentirla sulla mia pelle, a pensarci, quasi anch'io, un tempo, l'avessi vissuta, o ne avessi forse vissuta una simile e parallela) risiede nella forza e nell'energia titanica di quel lavoro solitario, certosino, impaziente ("era il 1982. Io lavoravo soprattutto col disegno, buttandomi ogni giorno a capofitto nel bosco e disegnando per cento volte, per un esercizio che mi ero autoimposto, foglie, tronchi, alberi"), vigoroso nella sua apparente vanità e lontananza dal mondo dell'arte e dalla logica imperante dell'avanguardismo chic: e in quella assoluta certezza di essere, lui solo, il depositario della consapevolezza delle proprie forze, del proprio lavoro, in quell'orgoglio di stare chuso nello studio, o immerso nella natura, a scavare e disegnare senza sosta, a mettere in gioco se stesso, la propria capacità di rappresentare ancora il mondo per simboli, colori e segni, liberamente, affannosamente - e in quella sua solitaria ed erta sicurezza di stare, solitario certo, ma dalla parte di se stesso e del proprio lavoro, c'è forse il senso vero di un esordio, di un'iniziazione, della lenta formazione di una sensibilità che si va costruendo giorno dopo giorno, nella gioia e nell'eccitazione di ogni singolo pezzo di carta segnato, martoriato o stracciato.

"Con la carta", dice Velasco, "io ho fatto di tutto, l'ho presa, l'ho maltrattata, ci ho disegnato a carbone, l'ho fatta a pezzi, ho cercato carte di tutti i tipi, dalle carte vecchie ai fondali delle cornici". A casa di Velasco, a Bellano, è possibile trovare migliaia di piccoli pezzetti di carta mezzi sfrangiati e mangiati dal tempo, mezzo disegnati da lui: sono scampoli di carta che l'artista considera come "pezzi di ricambio" della sua ricostruzione pittorica del mondo; pezzi che ogni tanto vanno a finire, come tasselli finalmente recuperati, in qualche quadro o disegno, dove si ritrova, per qualche strana alchimia, lo stesso tipo di segno e la stessa cromia. "I miei primi quadri sono nati su carta da un tentativo di distruzione del quadro. Prendevo il disegno e cominciavo a colorarlo: il risultato era sempre un fallimento. Di fronte a questo fallimento allora prendevo la carta, la buttavo nella vasca da bagno e quando cominciava a macerarsi vedevo che saltava fuori qualcosa, un'immagine, una sinopia, una radiografia di quello che avevo fatto fino a quel momento; allora recuperavo tutto e ricomponevo il quadro. Anche le parti distrutte le conservavo: ancora oggi ho cassetti interi di carte cancellate, semidistrutte, pezzi e brandelli di disegni, perché penso sempre che una volta o l'altra mi possano servire; e di tanto in tanto in maniera miracolosa trovo un pezzo che va bene e lo applico su un altro disegno".

Il rapporto di Velasco con il disegno è quello del tormento, del gioco e dell'intuizione improvvisa. È quello del miraggio intravisto per caso nel profilo d'una città dall'alto, dell'ombra che ci colpisce come una rivelazione inaspettata su un muro diroccato di una qualsiasi città del sud, della luce abbagliante, enigmatica proveniente da uno sguardo scuro di donna sotto un cespo di capelli neri. È il caos dei mille e mille colori di insegne e cartelli stradali d'una qualsiasi via cittadina, il baluginìo di mille cellophan stesi a coprire una selva di serre dall'alto, o il cielo rosso vermiglio che col suo mantello copre una fitta distesa di saline in qualche angolo d'Italia; e poi le linee ferree e perpendicolari di un'antica strada romana, l'ovale imperfetto e fangoso del guscio d'una testuggine sulla spiaggia, o il profilo scomposto e appena accennato d'una medusa galleggiante a bordo d'acqua.

Velasco disegna sempre, in qualsiasi momento del giorno. In vacanza, a casa, seduto a un bar, in spiaggia, a un tavolino, su una sedia, appoggiato ai calcagni. Disegna davanti alla televisione ("diversi anni fa, avevo disegnato un intero ciclo di disegni prendendoli direttamente dalle immagini della tivù, mentre guardavo il Giro d'Italia: disegnavo così, di getto, senza mai fermarmi a pensare o a riguardare le cose già fatte, come se stessi vedendo il Giro dal vero"), e, appunto, dal vero, come un giudizioso cronista d'altri tempi. Disegna ritratti e volti che gli compaiono davanti o che ritrova nella propria memoria, paesaggi assolati e antiche città fangose; disegna nella calma del suo studio e di fronte al ritmo forsenanto e straziante di un'alluvione - come quella, famosa, del 1987 in Valtellina, che l'artista immortalò con straordinaria e drammatica partecipazione emotiva, in una serie di disegni che grondava e trasudava dramma, linfa vitale e morte, "come se la fantasia di Velasco si eccitasse - come scrisse in un bellissimo testo Roberto Tassi - di fronte alla natura non quando essa è immobile, piacevole, lirica e da contemplare, ma quando le forze nascoste che contiene cominciano ad agitarsi e mostrano quella vita che, continuando l'originaria agitazione, apre voragini, cambia il corso dei fiumi, qua distrugge e là genera, fa precipitare massi che diventano entro i boschi in cui sono adagiati stupendi monumenti di muschio, fa nascere frane e formarsi laghi. Quando la natura sembra muoversi con l'antica misura della sua cosmicità, con l'ineluttabile e indifferente passo del tempo".

La storia di Velasco e del disegno è questa: quella di una grande passione consumata, ferita, vissuta fino alle estreme conseguenze, fino alla distruzione e al sovraccarico, mai lasciata morire di noia e di nulla. Quella di Velasco è sempre una lotta con la materia, con il supporto, con l'immagine vaga di una realtà sempre meno definibile e sempre più complessa e frattale. Per Velasco, come per tutti i grandi disegnatori, tornare al disegno significa tornare a un'origine, al mondo prima della sua creazione e della sua riproduzione. "Linguaggio incoativo, dialogo rudimentale, approccio di riconoscimento dell'altro", ha scritto Jean Clair nell'83, "il disegno appartiene sempre all'inizio di un mondo, tocca sempre terre vergini". Velasco ci porta, ogni volta che tocca un carta, una matita, un colore, nelle sterminate terre vergini di un mondo che non conosciamo più se non per sentito dire, o per un vago ricordo di ciò che eravamo e non sappiamo più essere.

Alessandro Riva, 2003

Il testo è pubblicato in Velasco, MIXtura, Edizioni Charta, Milano 2003

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