8 Maggio 2020

Cetacea 2 (Presentazione)

di Giorgio Maria Griffa

La Ricordi, in Galleria Vittorio Emanuele a Milano.
Si entrava da via Berchet.
Era il 1970. Cercavo un disco di Judy Collins, una folk singer americana, non proprio la mia tazza di the, ma avevo letto da qualche parte che nel suo ultimo LP Whales & Nightingales aveva inserito dei canti di balene. Era un articolo sul sistema di idrofoni sottomarini che gli americani usavano per individuare i sommergibili russi. Si citava anche un album uscito proprio nel '70 negli Stati Uniti, Songs of the Humpback Whale, “canzoni” registrate da alcuni ricercatori.

Allora si poteva chiedere, nei negozi di dischi, di ascoltare qualche brano. Ci si chiudeva in cabine minuscole e dagli altoparlanti inseriti nelle pareti ti arrivava la musica. La traccia nella quale apparivano i miagolii, i cigolii, i lamenti che le balene emettevano erano dentro un pezzo della Collins, Farewell to Tarwathie.

Niente di che. Una ballata scozzese del 1850.
Non comprai il disco.
Jimi era appena morto.

Album Whales & Nightingales
L'album Whales & Nightingales di Judy Collins

Dopo un tempo indefinibile, all’improvviso mi ritrovai a cercare notizie sui canti delle balene. Si seppe che Songs of the Humpback Whale nel 1970 aveva venduto 100.000 copie e che alla fine raggiunse il platino. Dicevano che le balene sono prive di corde vocali e non cantano, o parlano, emettendo aria. Usano invece una cavità all’interno del capo in cui viene forzata l’aria producendo i suoni che vengono diffusi dall’acqua che, più densa dell’aria, li fa raggiungere distanze ragguardevoli.

Songs of the Humpback Whale
L'album Songs of the Humpback Whale

Poi mi dimenticai di nuovo delle balene. Viaggiai in luoghi dove si ritrovano migrando per migliaia di miglia senza fermarmi. Davo un’occhiata alla graziosa pinna dorsale delle piccole balene di Minke ma dovevo andare sempre da qualche altra parte.

Invece, nella penisola antartica, qualche anno dopo tornai a leggere di loro. Della megattera più famosa, come Migaloo, un maschio albino, completamente bianco, avvistato per la prima volta nel 1991. Dei loro numeri senza pari, i 30 metri della Balaenoptera musculus coi suoi 110.000 chili, l’animale più grande del pianeta, e il campione tra gli Odontoceti, dotati di denti, il capodoglio, Physeter macrocephalus, la balena come la si immagina, con i suoi 15.000 chili. Mi interessavano i disegni, spesso acquarellati poveramente ma molto intensi, fatti dai balenieri nell’800, per illustrare le lotte mortali tra i giganteschi calamari di profondità e i capodogli.

Là sotto è puro nero pece, pitch black, quindi per trovare i temibili cefalopodi devono affidarsi all’ecolocalizzazione. Per cacciare i calamari i capodogli arrivano fino a 1500 metri con quasi un’ora di apnea e come i delfini, questi cetacei emettono segnali che vengono prodotti dal junk, una massa di tessuto adiposo situata nella parte frontale della testa, per i balenieri di un tempo una parte inutilizzabile dell’animale. Tramite questo organo l’individuo è in grado di concentrare il suono in un fascio che si propaga per centinaia di metri di distanza. Il tono prodotto è un suono ad alta frequenza denominato click. Il segnale lanciato in questo modo funziona come un vero e proprio sonar.

Lessi della dispendiosa, in energia, manovra cui è costretta una megattera per nutrirsi. Perciò si vedono poche immagini della bocca spalancata di un misticeto e i suoi fanoni. Sono davvero impressionanti: è come vedere aprirsi un paracadute a forte velocità. Dilatano le fauci quando i banchi di piccoli pesci sono a portata, le pieghe sotto la gola possono distendersi come una fisarmonica per poi ingollare 10-15 tonnellate di acqua che, chiusa l’enorme cavità orale, viene filtrata dai fanoni e spinta fuori mentre il cibo resta dentro e viene inghiottito.

Per questo non dipingo queste fasi della vita dei misticeti. Chi è “sensibile” ci mette poco a trovare le balene sgradevoli e a non dare un aiuto alle molte associazioni volontarie. Faccio delle balene, belle, in belle pose, perché chi le vede le ami.

Giorgio Maria Griffa, maggio 2020

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