14 Marzo 2003

Diego Saiani (Presentazione)

di Philippe Daverio

È vero, l’impressione si è fatta certezza: la porzione più intrigante della creatività artistica non avviene più in platea ma nelle pieghe recondite delle ultime frontiere. Non avviene più seguendo i parametri di una costante innovazione ma secondo dei percorsi di riscoperta linguistica dei quali nessuno possiede la chiave d’accesso facilitata.

Tornano i dialetti, ovviamente non con l’ambizione di farsi lingue universali ma con la certezza di contenere condensati semantici carichi di misteri poetici.

L’arte torna ad essere per pochi, disposti a grandi fatiche e piccoli prezzi, quelli che non garantiscono alcun tipo di speculazione se non filosofica.

Il primo impegno delle nostre intelligenze offuscate è ancora quello di sorprenderci.

Conosco Diego Saiani il bresciano da anni nel suo nascondiglio pratese.
Un condensato era lui di risorse provinciali in quel mondo allora di arte povera o di transavanguardia che reputava il mondo intero un’arena appena sufficiente per un decoroso successo. Diego Saiani andava alla ricerca quotidiana dell’insuccesso garantito.

L’ho visto dipingere degli omini atavici che si muovevano con la morbida grazia dei paralumi di Bonnard. L’ho ascoltato parlare, trasognato ma incisivo, di temi straordinariamente concreti, della sua vita, delle sue ambizioni all’apparenza celate. L’ho sentito convinto in un viaggio della mente, della materia e del colore. Del disegno. Poi non l’ho visto più. Sparito.

È ricomparso esattamente dove era prima, con lo stesso accento bresciano a Prato in Toscana. È ricomparso con la pittura, non esattamente la stessa, ma l’evoluzione esistenziale e essenziale di quella che avevo conosciuto. Ed ho banalmente dovuto costatare che la sua ricerca era viva. Di una autenticità sordamente pulsante che si trova solo ogni tanto.

Il nordico ha spesso penetrato l’Italia passando per i valichi alpini e contaminando con il suo stridore mistico l’orlo della nostra pianura classica. Saiani è un suo agente, quasi segreto. Ho sempre considerato Diego Saiani un artista gotico, non nel senso dell’arte gotica, il che sarebbe troppo semplice e poi sostanzialmente francese, ma nel senso dell’arte dei goti, che è cosa barbarica e tribale. L’ho sempre avvertito in quell’area incerta dove l’uomo con il talento del raffigurare è stregone, cultore dell’equivoco perché l’ambiguità è prassi necessaria al vaticinatore.

Le sue forme sono confuse con drammatica determinazione: pupazzi rigidi come quelli del russo Malevic e al contempo come giocattoli di infanzie povere vissute nella lentezza della cascina agricola, riquadri come quelli scovati da Klee sulle vesti del nordafrica o ben meglio come quelli dei cavalieri longobardi sconfitti a Brescia dal babbo di Carlomagno.

La sua materia trema perché il sogno si rifiuta alla certezza della linea.
Ed egli intanto ha conservato e elaborato la sua autenticità camuna, o tromplina forse, nascondendola intatta in luoghi che gli garantivano che nessuno la potesse capire e scalfire.

Ultima avvertenza:
Le sue opere potrebbero apparire semplici allo sguardo distratto d’uno spettatore superficiale. Sono degni di particolare attenzione gli artisti che evitano di firmare i loro quadri: non si tratta di timidezza ma di una rispettabile superbia, quella di chi reputa l’opera in tale equilibrio da non poterla appesantire con un gesto ulteriore.

Non si è stregoni per professione ma per vocazione.

Philippe Daverio, Milano

Il testo è pubblicato in Diego Saiani, Galleria dell’Incisione, catalogo della mostra, Brescia 2003

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