24 Novembre 2021

Emilio Bertonati. Maestro di gusto e di critica

di Valerio Terraroli

Nato a Levanto nel 1934, Emilio Bertonati può essere annoverato tra le figure più sensibili della critica d’arte del secondo Novecento. Un percorso iniziato con gli studi di architettura, a Milano e Firenze, condotti parallelamente all’interesse per l’arte grafica, coltivato attraverso i corsi d’incisione seguiti a Brera. Dopo la laurea, il diploma in incisione ottenuto appunto a Brera ed esperienze di insegnamento presso le università di Firenze e di Milano, nel 1962, poco meno che trentenne, apre una galleria in via della Spiga a Milano chiamandola, in omaggio alla terra d’origine, Galleria del Levante. Da quella realtà Bertonati intraprende un percorso originale e personale nell’arte del Novecento individuando, con geniale intuito, personaggi e momenti dimenticati o male interpretati dalla critica e dalla storiografia accademica.

Egli è stato un talent scout del Novecento e, guidato dal proprio gusto personale, è riuscito a dare voce a molti artisti di qualità che ancora l’Italia non aveva scoperto, vivendo la storia dell’arte in modo controcorrente, senza pregiudizi o ideologie, e affidandosi ad un fine intuito che gli ha permesso di presentare, per primo nel nostro Paese, una serie di pittori certo non minori, ma decisamente ancora misconosciuti. Negli anni Sessanta il suo interesse si rivolge all’opera dei viennesi Gustav Klimt, Alfred Kubin, Oskar Kokoschka e, in ambito tedesco, alle esperienze dadaiste-espressioniste e nuovo oggettive, in particolare di Hannah Höch, George Grosz, Otto Dix e Franz Radziwill. Ben presto la Galleria del Levante assume, con l’apertura di una sede a Monaco di Baviera operante in parallelo a quella di Milano, una dimensione internazionale, indirizzata soprattutto al mondo mitteleuropeo. Entro questi due poli si gioca il percorso e l'obiettivo di Emilio Bertonati: riportare alla luce figure e momenti dimenticati o trascurati dell’arte moderna e ristabilire un equilibrio nella geografia e nella storia artistica europea novecentesca.

È con la cultura artistica tedesca che Bertonati percepisce un’affinità ideale e, attraverso uno studio pionieristico, indaga lo sviluppo delle temperie realistico oggettive tra le due guerre, anche rispetto ai colleghi tedeschi che poco e in modo discontinuo avevano fino ad allora affrontato la propria storia recente, ed è corretto sottolineare quali e quanti ostacoli Bertonati abbia incontrato per proseguire nel lavoro di ricerca, dovuti alla scarsità di informazioni sui singoli artisti, allo stato dei documenti, gli archivi dispersi, gli eredi e le collezioni ignoti, l’assenza di catalogazione e di tradizione critica su moltissimi autori. Alla valorizzazione dell’Espressionismo e della Nuova Oggettività tedesca, come del Realismo Magico italiano, che legge sempre in contiguità con le vicende d’Oltralpe, dedica il suo massimo impegno, curando mostre personali e retrospettive di molti protagonisti: George Grosz, Otto Dix, Rudolf Schlichter, Christian Schad, Lea Grundig, Gottfried Brockmann, Franz Radziwill, Cagnaccio di San Pietro, Edita Broglio e altri ancora. Negli anni Sessanta e Settanta il suo è un affondo ostinato e solitario in un terreno tutto da dissodare. Qualunque ragionamento critico sull’arte europea tra le due guerre mondiali non può dunque prescindere dal nome di Emilio Bertonati e dal lavoro della sua galleria, dei preziosi cataloghi e dei saggi pubblicati a corredo delle sue mostre. Fin dall’inizio, in un’epoca in cui nessun critico militante avrebbe con serenità posto attenzione a un momento storico scivolosissimo come quello della cultura visiva tedesca degli anni venti e trenta, Bertonati sonda quel periodo turbolento che va dal 1918 al 1933 circa la cui interfaccia artistica è la Neue Sachlichkeit, nata dalle ceneri dell’Espressionismo, pittura d’inclinazione fortemente realista, interessata alla rappresentazione delle cose, dell’oggetto, del dato reale, profezia per molti aspetti del tragico destino che incombe sulla Germania della Repubblica di Weimar, il cui riflesso riverbera sulla pittura italiana, andando ad incrociare quel fenomeno altrettanto articolato e complesso definito Realismo Magico e che, anche proprio grazie alle pionieristiche ricerche di Bertonati, ha trovato cittadinanza nella storia dell’arte italiana del Novecento. Con ogni mezzo e inesausta energia, nel 1968 organizza la mostra Aspetti della Nuova Oggettività, la più importante rassegna del dopoguerra su questi temi, seguita poi da numerose e significative monografiche relative a singoli autori (Franz Radziwill, George Grosz, Rudolf Schlichter e molti altri). Nel saggio del catalogo Bertonati affronta, oltre alla ricostruzione delle origini e dei percorsi di quell'esperienza artistica, la nodale questione di definire il rapporto tra Neue Sachlichkeit tedesca e Realismo Magico italiano. Su questi temi il gallerista-critico ritorna per tutto il decennio successivo, come nell’importante saggio La Neue Sachlichkeit in un più ampio contesto culturale, pubblicato in occasione della mostra German Realism of the Twenties, The Artist as Social Critic, organizzata dal Minneapolis Institute of Arts nel 1980. Nel testo Bertonati pone le basi per un ragionamento nuovo sul rapporto tra astrazione e figurazione nella Germania anni Venti. Per superare un’apparente dicotomia egli propone una lettura storico critica che non prevede fronti contrapposti e cesure nette, ma piuttosto tangenze, fusioni, contatti e rimandi continui nella produzione anche degli autori che sembrano più distanti tra loro. Tra gli autori che più affascinano Bertonati va ricordato Christian Schad, proprio per essere tra gli autori tedeschi il più vicino e il più affine alla cultura artistica italiana: il loro rapporto diviene ben presto una profonda amicizia, come testimonia il ritratto del gallerista che Schad dipinge nel 1972, nel quale Bertonati mostra un'espressione franca e diretta, solcata da sottili turbamenti nascosti dietro lo sguardo intelligente e penetrante: “La natura schiva un poco misteriosa nella sua gentile nonchalance, caratterizzata da una sottile ironia…” scrive di lui Rossana Bossaglia, confermando che grazie alle mostre organizzate nella sua galleria un’intera generazione di giovani critici può entrare in contatto con aree scarsamente note e studiate della cultura figurativa europea e russa del XX Secolo.

In Italia le scelte del critico/gallerista si orientano verso autori meno noti operosi tra l'ultimo decennio dell'Ottocento e i pieni anni Venti, appartenenti alla fase liberty, e poi déco, come Galileo Chini, al simbolismo proto-surrealista, come Alberto Martini, al clima secessionista, come Aroldo Bonzagni, sempre nel segno della riscoperta di percorsi interpretativi originali. Alcuni autori del Realismo Magico risultano così particolarmente vicini alla sua sensibilità perché propongono, pur secondo declinazioni personali, la visione cruda e distaccata dell’Oggettività tedesca, tra questi Edita Broglio e soprattutto Cagnaccio di San Pietro, al quale Bertonati dedica una mostra fondamentale nel 1971: primo vero tributo all’opera di Cagnaccio nel secondo dopoguerra. E l’amore per la sua pittura resterà costante negli anni, come testimonia anche l’importanza riservatagli nel saggio Le correnti dell’Arte Moderna, Anni Venti anche in pittura: il ritorno all’ordine pubblicato nel 1977 e illustrato, in apertura, con Zoologia e Operaia.

L'attività come gallerista e l'opera critica di Emilio Bertonati costituiscono ancora oggi una mirabile lezione: intuito e libertà di pensiero, supportati da una strenua volontà di ricostruzione filologica e di curiosità, uniti all’attenzione massima nel cogliere assenze, esclusioni, volute o casuali, celebrazioni sospette e rapporti inattesi nell'arte del Novecento.

Valerio Terraroli, novembre 2021

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