Giornale di Bresica, 3 dicembre 2009

«Io, foto-reporter a lezione dagli americani»

di Maria Pia Forte

Giornale di Brescia Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin si racconta in un libro biografico e nei «Paesaggi» in mostra da oggi in città
Gianni Berengo Gardin, un maestro italiano della fotografia internazionale è l’annunciato illustre ospite dell’inaugurazione della mostra a lui dedicata, oggi, giovedi 3 dicembre, alle 18.30, alla bresciana Galleria dell’Incisione (via Bezzecca 4). È anche l’occasione per presentare il libro biografico «Gianni Berengo Gardin» di Silvana Turzio (anch’ella ospite dell’Incisione), edito da Mondadori nel settembre scorso. Qui di seguito un’intervista al famoso fotografo (che nel 2008 ha ricevuto a New York il «Lucie Award», l’Oscar della fotografia internazionale) in occasione della presentazione nazionale del volume. La mostra bresciana, intitolata «Paesaggi», raccoglie 24 immagini di Gianni Berengo Gardin sul tema e resterà aperta fino al 20 gennaio 2010 (h. 17-20, chiuso il lunedì).

«La mia passione per la fotografia è nata in modo strano - ricorda Berengo Gardin -. Scrivevo per giornali d’aviazione e per documentare i miei articoli fotografavo aerei. Dopo due o tre anni ebbi la fortuna d’incontrare a Venezia, dove vivevo, un gruppo fotografico molto attivo. Ho cominciato a fre- quentarlo e per sei anni sono stato un foto- grafo amatoriale. Avevo uno zio in America che era consigliere dell’International Center of Photography, diretto da Cornell Capa, fratello del famoso Robert Capa. Su suo consiglio lo zio mandò a questo nipotino che s’interessava di fotografia alcuni libri fondamentali, di Eugene Smith e di Dorothea Lange, e il catalogo di "The Family of Man", la grande mostra che si tenne al MoMA di New York nel 1955. Soprattutto è stato importante per me Eugene Smith, che allora lavorava parecchio per "Life". È stato il maestro non solo mio, ma di tutti noi che facciamo reportage. E così tutti gli altri fotografi di "Life"».
La «lezione americana» ebbe effetto...
Nel giro non di tre mesi, ma di tre giorni, cambiò completamente il mio modo di fotografare. Non più bei paesaggi, tramonti e vecchietti, ma cominciai a interessarmi di reportage e di sociale. Da allora ho seguito sempre lo stesso genere. A volte gli amici mi dicono: «Cerca di modernizzarti un po’!», e io rispondo: «Non voglio modernizzarmi, perché quello è il mio stile, lo stile dei grandi maestri, di Cartier-Bresson, di Salgado, di Koudelka».
Si sente debitore verso Cartier-Bresson?
Enormemente. Fra l’altro poi Cartier-Bresson è diventato un amico, così come Salgado, Koudelka, Willy Ronis...
Come avvenne il passaggio da fotoamato- re a professionista?
Avevo un lavoro a Venezia che rendeva bene. Ma la passione per la fotografia era tale che un giorno feci il salto nel buio. Non fu facile, avevo moglie e due figli piccoli...
Sua moglie come la prese?
Mia moglie è eccezionale, mi è stata di grandissimo aiuto, e nei primi anni ha fatto sacrifici durissimi. Ebbi la fortuna di conoscere Rolly Marchi che aveva una piccola agenzia, da lì ho cominciato il lavoro professionale. Poi ho sempre lavorato da solo.
Lei fa soprattutto libri a tema, dal primo su Venezia, del 1965...
Dopo i duecento non li ho più contati... Ne sono usciti da poco due, uno su Camogli, per Federico Motta, e «Reportrait», con ritratti di scrittori e artisti che sono diventa- ti miei amici, edito da Allemandi.
Non pensa che alcuni scatti riescano a raccontare moltissimo anche da soli?
Certo, ci sono casi, come per Cartier-Bresson, in cui una foto dice già tutto. Altri argomenti, hanno bisogno di una narrazione in più immagini. Per me è stato così per i manicomi, per gli zingari, per Luzzara con Cesare Zavattini, per «Italiani». Dipende.
Qual è il compito del fotografo nella no- stra società dell’immagine?
Purtroppo oggi le immagini che vanno sono le veline, i politici, il mondo della televisione. Compito del fotografo è testimoniare ciò che avviene, di buono e di cattivo. Sono tempi difficili, perché tutti vogliono cose superficiali e approfondire le cose diventa sempre più arduo.

Maria Pia Forte, Giornale di Brescia, 3 dicembre 2009

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