2 Aprile 2004

Isole

di Giorgio Maria Griffa

Così [B.] si organizzò in concreto un programma che possiamo in succinto enunciare così:
Per dieci anni, dal 1925 al 1935, Bartlebooth si sarebbe iniziato all’arte dell’acquarello.
Per vent’anni, dal 1935 al 1955, avrebbe viaggiato in lungo e in largo, dipingendo un acquarello ogni quindici giorni, cinquecento marine dello stesso formato (65 x 50 o 50 x 64 standard) raffiguranti porti di mare. Appena finita, ciascuna di quelle marine sarebbe stata spedita a un artigiano specializzato (Gaspard Winckler) che incollandola su un foglio di legno sottile l’avrebbe tagliata in un puzzle di settecentocinquanta pezzi.
Per vent’anni, dal 1955 al 1975, Bartlebooth, tornato in Francia, avrebbe ricomposto, nell’ordine, i puzzle così preparati, in ragione, di nuovo, di un puzzle ogni quindici giorni. Via via che i puzzle sarebbero stati ricostruiti, le marine sarebbero state ristrutturate in modo da poterle scollare dal loro supporto, trasportate nel luogo stesso in cui - vent’anni prima - erano state dipinte, e immerse in una soluzione solvente da cui non sarebbe riemerso che un foglio di carta Whatman, vergine e intatto.
Così non sarebbe rimasta traccia alcuna di quella operazione che, per cinquant’anni, aveva completamente mobilitato il suo autore.

Un’ossessione, quella di Bartlebooth, costosissima ma del tutto letteraria. Con un finale di profilo davvero basso: non lasciare traccia di sé è davvero la vetta insuperabile dell’understatement.

C’è tuttavia chi si storicizza in modi di segno contrario, dall’intento verosimilmente più durevole di quello di Bartlebooth, chi, per esempio, stampa francobolli con la propria effigie o conia monete che proprio questo fanno o dovrebbero: mettere in rilievo il profilo.

Folle ma in fondo sana reazione: questo globo mondiale (mondo globale?) proibisce ormai alcune dignitose ossessioni di un tempo: non puoi sfuggire alla civiltà ma non puoi nemmeno indulgere nel tentare di liberarti dai confini, fingere, o magari crederci davvero, di poter fuggire alla morte, mezzo tradizionale in altre epoche per estendere la “persona” maschile nel tempo e nello spazio, nelle vesti del conquistatore, del crociato, dell’esploratore, del mercante internazionale, del naturalista, dell’antropologo.

E aggiungiamo, immodestamente, dell’artista.

Rincara la dose Paul Fussell: Cercare di fuggire... è come tentare di sfuggire alla morte. Sappiamo di non poterlo fare davvero, ma sappiamo anche che soltanto in questo tentativo troveremo mai un senso.

Pare che tutti gli autori ne siano convinti: il viaggio è stato il mezzo delle tradizionali immortalità dei maschi.

Comunque ora non lo è più.

Restano esemplari da mostra: il “viaggiatore” dice al “turista” — tra il tuo branco che si muove prenotato precotto previsto preordinato e il mio modo di viaggiare avventuroso, no-limits, estremo ed eccessivo, non c’è nulla in comune... — poi salta su un catamarano col nome di una banca e parte per mete che fra pochi anni il turista raggiungerà in crociera.

Il viaggiatore non può più dire al turista — Vado là dove voi non andate — ma solo — Vado là prima di voi —.

Insomma, mondo globale (globo mondiale?) sì, ma fine del significato nel viaggio e perciò fine dell’immortalità.

Corollario: fine anche del ricordo delle imprese, scritti, racconti, opere, rappresentazioni visive...
E il signor John Webber, acquarellista, che accompagnò nei suoi viaggi James Cook (il cui nome ironicamente ahimè, fu la ragione sociale di uno dei primi e più importanti tour operator del mondo) con l’espresso compito di supplire alle inevitabili imperfezioni e manchevolezze del racconto scritto? Anch’egli ha cercato l’immortalità, anche se un tipo di immortalità di qualità inferiore a quella del capitano Cook.
Il genere di immortalità che si cercava di raggiungere era, con ogni evidenza, diversa a seconda dell’uomo “che faceva l’impresa”. Non essendo un Cook “dentro”, personalmente guardo con ammirazione all’opera del signor Webber...

Nel piccolo mondo del “turista che viaggia da solo” mi sono industriato di viverci bene facendo il signor Webber di me stesso. Una strana e normale coppia: il me stesso vorrebbe starsene in studio, al sicuro, tra pigmenti, carta e pennelli (tutta l’infelicità del mondo viene da una cosa sola: non saper starsene tranquilli in una stanza. Pascal), l’altro, Mr. Webber, il viaggiatore, freme in attesa di partire. Quando siamo in giro, uno lamenta le scomodità dello spostarsi, l’altro vuole vedere ancora quell’ultimo faro.

Non vuol capire che sono un uomo-isola, con quattro palmette per capelli, poca superficie visibile e raggiungibile solo da naufraghi pazienti.

Alla fine si torna stanchi ma scontenti. Il “Webber” esporrà le opere guadagnandosi anche qualche complimento mentre l’altro me stesso, il giorno del vernissage, questa volta davvero vorrebbe essere altrove, anche molto lontano.

Allora che ci faccio qui?

Mi occupo dell’ultimo straccio da sventolare davanti agli occhi degli astanti: mostro non un’avventura, nemmeno un viaggio ma solo un nome, isole.

Dovrebbe bastare il titolo.

Il resto viene lasciato a quella che i greci spiegavano come phantázein, far vedere.

Faccio vedere pezzi di isole o isole a pezzi.

In uno dei pezzi, Ginostra, sul grande muro bianco, in alto e sotto il serbatoio dell’acqua c’è una macchiolina.
È il guscio di una chiocciola bruciata dal sole.

Altra isola.

Tiran Island: pare come le altre ma se ti avvicini troppo è probabile che ti sparino. Un autoritratto?

E quell’altro, Lago Argentino con quel piccolo iceberg blu?

Come in gabbia: s’è mai visto un iceberg in un lago?

Pezzi di isole.

Ce ne sono che appaiono e scompaiono, color lava, dietro una nebbia di vapori bollenti, altre di ghiaccio che vi passano accanto sospirando come treni con piccoli pinguini a bordo.

Ogni continente non solo è un’isola ma, immaginandolo poco dopo la sua caotica emersione dall’acqua, per un attimo (?) sarà stato simile, per dimensioni, a una delle Eolie: forse avremmo potuto attraversare l’Africa in pochi passi...

Le piccole isole, poi, abbiamo la presunzione di poterle possedere: dopo un paio di settimane ci muoviamo come padroni, diciamo — là, appena dietro Punta Tombo, dopo la secca... — come fosse il nostro capanno degli attrezzi, oppure diamo un’occhiata di sguincio alla luna e scuotiamo la testa — domani c’è mare... —

E poi chiamiamo i pescatori per nome.

Fingiamo siano nostre.

Siamo turisti?

Lo siamo: è sufficiente osservare il nostro desiderio di evitarli, i turisti.

Isole.

Siamo al sicuro “su” di loro o l’avventura ci aspetta alla fine del molo di sbarco?

Sono fortezze o schegge alla deriva?

Le isole-villeggiatura sono ancora isole o semplici estensioni della terra ferma cui appartengono?

Eravamo isole quando si ruotava senza gravità nel comodo amnios?

Confusamente, quando dipingo le isole, mi vengono in mente cose così.

Isole grandi, la Nuova Scozia, o piccole, l’Île Callot che con la bassa marea non è più nemmeno isola.

Isole abbandonate come quella che trattiene il Petrel, vecchia baleniera immobile di ruggine ma col nome di un grande uccello d’altomare, o inventate come St. Paul.

E il resto? Il resto sta, pare,
...nel percorrere un numero considerevole di chilometri raccogliendo immagini fisse o animate, preferibilmente a colori, grazie alle quali si possa per parecchi giorni di seguito affollare una sala di ascoltatori, a cui le cose più ovvie e banali sembreranno tramutarsi miracolosamente in rivelazioni per il solo motivo che l’autore, invece di compilarle senza muoversi, le avrà santificate con un percorso di 20.000 chilometri.

Giorgio Maria Griffa, febbraio 2004

Il testo è pubblicato in Giorgio Maria Griffa. Isole, catalogo della mostra, Galleria dell'Incisione, Brescia 2004

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