1 Gennaio 2003

Gran Bestiario della China. Introduzione al “De Bestiarum Naturis”

di Antonio Faeti

“Lei sta facendo qualcosa di unico, di memorabile.”

1. Inchiostri zoologici

Le generazioni che hanno preceduto le schiere di bambini televisivi avevano, con le bestie, una specie di triplice rapporto.

C’erano ancora animali, in giro, qualche cavallo, muli, asini; ricordo, per esempio, che una piccola carovana di asini, che portavano sacchi di carbone, scendeva ancora dalla Futa, quando ero piccolo io, e si mescolava ai tram, alle biciclette, alle macchine, dando a via Toscana un non so che di incongruo e di surreale.

Era una dimensione zoologica che ritrovavo nelle storie di Jules Renard: sono vicende così tenacemente realistiche da sfiorare la freddezza del tavolo anatomico, ma sono anche pervase come da una ontologica bizzarria, a dire di un rapporto non ben definito, di un luogo percettivo e immaginativo in cui la modernità si collegava ad un remoto assetto conoscitivo in cui il rapporto con gli animali era dialogico, costante, ininterrotto. Ma la modernità invece li escludeva, li rendeva astratti... Ed il contatto, anche se già raro, con bestie vere e viventi, era un momento significativo di una generale presa di coscienza in cui valevano altre dimensioni.

Poiché, oltre ai già rari, ma ancora presenti, animali delle strade, delle piazze, dei mercati, oltre alle localizzazioni perentorie per cui tutti i vecchi bolognesi chiamavano “Foro Boario” quella che per me era “Piazza Trento e Trieste”, oltre ad una campagna ancora quasi inserita nella città, tanto che da una scuola di periferia si sentivano ricorrenti muggiti, c’erano gli Zoo, grandi e piccoli, spesso collocati in ambiti dove oggi nessuno, o quasi, ne rammenta la presenza.

Il leone Remo, meravigliosamente solenne dietro le sbarre della sua regale residenza ai Giardini Margherita, era lì ad attendere i ripetuti omaggi, da suddito fedele, che gli portavo più volte al giorno.

Era un incredibile privilegio, quello di abitare tanto vicino ai Giardini Margherita, e quindi a Remo: ero poverissimo e sapevo di esserlo, ma la collocazione della mia casa da Misteri di Parigi, tanto vicina a quel luogo stupendo, mi appariva come un dono della sorte, da non cambiare con altri e meno gradevoli regali.

Accanto a Remo, un ampio recinto ben sagomato, pieno di forme Liberty, conteneva molti daini: erano un riferimento letterario ed olfattivo, perché correvo a guardarli e ad annusarli quando certe pagine di Kipling, di London, di Curwood mi entusiasmavano fina al punto di cercare quella verifica.

A modo loro, Remo e i daini erano meno veri degli ultimi cavalli e delle superstiti vacche: erano infatti resi quasi del tutto letterari da una specie di evidente museificazione che li allontanava e ne determinava l’esistenza.

Il terzo apparato zoologico era il più ampio, quello comunque destinato a risultare determinante a fini conoscitivi: lì c’erano gli animali delle incisioni. Dopo le mucche, il leone, i daini, quando appariva il Caimano del libro di Luigi Figuier, diceva di un mondo animale che era propriamente un Regno, come lo chiamavano i maestri delle scuole elementari.

E le incisioni, fondate sul tratteggio e - per loro natura - sempre immerse in una loro specifica penombra, insinuavano il sospetto che l’animalità vera, unica, profonda, esclusiva fosse propriamente quella lì, dove le bestie non assomigliavano a Remo, ai daini, alle mucche, agli asini, perché solo loro erano autenticamente “vere”.

Le incisioni erano allora presenti perfino nel mio manuale di Biologia per le magistrali; nel dopoguerra si era un po’ regrediti, si riciclavano testi non più apprezzati negli anni Trenta. Senza mai enunciarne l’indubbia verità, sapevo che il Bestiario delle incisioni conteneva gli animali dotati del fascino del terzo tipo, quello sconfinante nell’Alchimia e nei culti misterici. Perché quegli animali, dedotti da un’indubbia coerenza stilistica, nati da un modo così ampio, così coerente, così rigoroso di rendere le forme, di comunicare, esistevano perché quel certo universo li conteneva. Non erano altro che un prolungamento filosofico del capitano Nemo ma il loro universo era immenso e mai labile: le incisioni non permettevano dubbi percettivi.

2. Il bestiario di Dumbo, il deserto di Krazy Cat

Le incisioni trovavano un prolungamento nel gran mondo di Disney ed in quello di certi fumetti. Ancora oggi, sulle soglie della vecchiaia, non sono convinto fino in fondo che le bestie più vere non siano quelle parlanti, non siano quelle dedotte da una così complessa caratterologia come è quella via via definita dallo zio Walt. I corvi che deridono Dumbo, dopo il risveglio che segue il primo volo, sono per me molto più corvi di quelli che avrebbero dovuto spaventarmi nel film “Gli uccelli”. Invano, proprio Disney cercò di portarmi fuori strada con la serie dei documentari “La natura e le sue meraviglie”. Io, la natura, l’ho vista davvero in “Saludos amigos”.

Certo, vedo anche qui il prolungamento dell’effetto scaturito dalle incisioni. E tanto ci sarebbe da dire - ovviamente - su un tema che dal Totem e dagli animali araldici arriva a noi che inventiamo altre bestie, con altri pretesti.

In uno dei temi onirici più diffusi tra gli indoeuropei - quello della Caccia Selvaggia - appaiono di notte, ai viandanti, tanti animali in tremendo corteo celeste insieme ad umani in pena. La separatezza, pretesa, voluta, imposta (“Basta, non siete più bestioline;

ricordatevi che adesso siete scolari”), in realtà non funziona mai davvero. E Kipling avrebbe potuto intitolare un suo terribile racconto, non “Il marchio della bestia”, ma “Il marchio dell’umano”.

Ogni volta che rivedo l’ambiguo deserto onirico di Krazy Cat, penso che - in un certo senso - ho vissuto sempre lì e, tra Bomarzo e l’Aldrovandi, questa è una componente fondamentale del mio percorso. Pur facendo il maestro in un’epoca in cui le incisioni di animali erano state sostituite dalle tempere dei Fratelli Fabbri, non sono mai riuscito a capire che cosa avesse significato questa metamorfosi dell’animalismo infantile.

3. Andrea delle chine

Zoo diverso, zoo di Borges contaminato con il visivo di una infinita galleria di citazioni, quello di Andrea Pedrazzini è un altro zoo, è uno spazio autonomo. Questo Bestiario si immerge nelle delizie della retorica, chiama a sé le risorse di un linguaggio che ama Flaubert e il suo rifiuto dei luoghi comuni, e ha pretese demiurgiche, perché crea, alimenta, distorce, accumula.

È un Bestiario che sceglie le bestie dopo una attenta rivisitazione di tanti spazi, di molte culture, di vari segnali. L’autore ritorna alle ignote radici di chi volle i bestiari, recupera quella libertà ideativa, rivuole quel senso primo e vero di un’alba della creazione che è fatta di accostamenti e di attraversamenti.

Uno dei grandi libri del Novecento, le “Cosmicomiche” di Italo Calvino, nacque mentre la paura dell’Atomica si era fatta più ossessiva, tangibile, diuturna. Il “De Bestiarum Naturis” di Andrea Pedrazzini nasce mentre ogni giorno muore una lingua perché muore l’ultima persona che sapeva parlarla.

Allora, da questi sublimi tratteggi, da questo bizzarro-grottesco così finemente coltivato, da questa cultura d’inchiostro che ritrova l’etica dell’amanuense, deriva forse anche una speranza: sia, questo nero dai molti neri, il luogo in cui la differenza permane, e i diversi creano, e la diversità si rende poesia.

Perché tutti i bestiari, anche questo, sono modi complessi e lieti di scandire quanto si è umani, quanto si è interessati all’uomo.

Il testo è pubblicato in Andrea Pedrazzini - De Bestiarum Naturis, catalogo della mostra, Galleria dell'Incisione, Brescia 2003

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