1 Settembre 1998

Horst Janssen. Acquarelli, disegni e incisioni (Presentazione)

di Gianfranco Bruno

Nel 1974, esponendo a Milano cinque incisioni di Horst Janssen In morte di Hanno, della serie delle 23 variazioni sui Buddenbrook, del 1972, nell'ultima sala della grande mostra “La ricerca dell’identità”, rimasi fortemente impressionato. Nella sala s’affacciava un inquietante trittico di ritratti di Francis Bacon, al centro dell’ambiente stava la dirompente installazione di Edward Kienholz L’ospedale psichiatrico, del ’66, concludendosi quindi in quello spazio il percorso con un drammatico dipinto dello stesso autore, Théodore Géricault, con il quale si apriva la mostra: i cinque austeri fogli dell’artista tedesco intimamente dialogavano con la tragica grandezza degli altri autori, anzi l’immissione delle sue immagini in quell’aura di totale consapevolezza del dramma dell’uomo, espressa al più alto livello di evocazione artistica, metteva enormemente in luce la straziante autenticità di quei visi deflagrati e corrosi dalla penetrante crudeltà del segno.

Sono passati anni, e quell’impressione non si è cancellata.

Janssen appartiene a una linea dell’arte del nostro tempo che ostende due denominatori comuni; la totale appartenenza dell’espressione alla tragedia dell’uomo, e il suo tenace rapportarsi alla più remota comparsa di una consapevolezza che già trovava, in certe zone dell’arte antica, la propria espressione. Personalissimo, il lin-guaggio di Janssen, cui pure si possono accostare le più diverse esperienze di analoga, capillare, analitica intensità di disvelamento e di escavazione della forma: dal grande espressionismo mitteleuropeo, a Dubuffet, persino alle interiorizzate, tormentate immagini di Wols. Ma questo è solo il segno dell’attualità dell’artista, il suo essere nel tempo, compagno di strada, dalla sua mai sopita fabulazione espressiva, agli artisti più tenacemente immersi nel dubbio, nel dramma delle cose, nell’impulso a distruggere lo schema dell’oggetto per carpirne l’irraggiungibile verità. Acquarello, disegno, incisione, nascono su di una comune, magmatica materia espressiva: le immagini in tecniche diverse contengono il medesimo fuoco, circolazione di linfa che prospetta le forme come espandentesi in un liquescente velo oltre il quale si avverte, in remota distanza - quale distanza! - l’ombra del vissuto, di cui sul foglio è rimasta l’orma significante.

E impressionante come Janssen inventi un linguaggio segnico in cui si accorpano le esperienze dei più diversi aspetti del mondo: dall’organico sino al fossile. Come se il segno fosse mediato dall’osservazione prolungata e dal persistere nell’occhio, e nella mano dell’artista, degli scheletrici andamenti essenziali delle figure e delle cose: nasce così una scrittura che proviene dell’interiorizzata penetrazione del reale, e si espande poi libera, quantunque avvinta alla sua profonda origine, dando vita a quell'ininterrotto monologo fantastico che la sua creazione è. Nulla di simile nell’arte attuale: occorre risalire ad una tradizione in cui l’artista si colloca con sicura autorevolezza, e i nomi suonano enormi — ma si consideri la sua alta, impressionante creatività — e vanno da Dürer, Cranach, Altdorfer... via via a Friedrich... sino a certe meno note acuminate punte della pittura del XIX secolo in Germania, l’altro Janssen, Victor Emil, del primo ottocento a certo stravolgimento realistico-espressionista dell’immagine di Menzel e, nel novecento, al senso panico e al dirompente disfacimento e reinvenzione della forma dell’ultimo Corinth.

C’è una componente “manieristica” in Janssen, nel senso che il termine ha assunto nella coscienza artistica moderna, come impulso a disvelare il fantasma sotteso alla figura e all’oggetto, il suo recondito mistero, preservando la riconoscibilità del suo fortuito apparire. Janssen reiventa i segni, opera metamorfosi strane ai limiti — dicevo — tra l’organico e il fossile. Il segno, la macchia, nel disegno, nell’incisione, nell’acquerello, procedono paralleli — come unica magmatica materia della creazione — alla realtà che trascorre: ne fissano, senza negarla, un non effimero senso.

Janssen è un artista profondamente legato alla vita. Se i moti della sua espressione, lungi dal ricercare una sigla definitoria del reale, oscillano tra il lucido sarcasmo inteso a individuarne l’assurdo e il grottesco, e la coscienza dell’inarrestabile disfacimento delle cose. Ma è il senso di mistero, che il grande critico, Luigi Cariuccio, indicava come un “margine di conoscenza” che il suo disegno “lascia sempre scoperto... verso altre soglie non ancora identificate”, a costituire il più profondo senso della sua arte.

Gianfranco Bruno, settembre 1998

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