Giornale di Brescia, 25 giugno 2001

«Il sogno nasce da un guanto ritrovato»

di Fausto Lorenzi

Il sogno nasce da un guanto ritrovato

Max Klinger (1857-1920), pittore, incisore, decoratore, scultore (il marmo policromo di Beethoven fu il fulcro, coi pannelli di Klimt, dell’omaggio del 1902 alla Secessione di Vienna), tra i grandi interpreti del simbolismo - cioè dell’arte che riveste l’idea di una forma sensibile -, fu uno di quei tedeschi-romani che nell’ultimo Ottocento vissero l’estremo sogno di una forma di pienezza umana col mondo, resuscitando l’ideale plastico della classicità, in una passione eroica di rigenerazione ed in un vagheggiamento estetizzante di bellezza incontaminata e suprema, eppur già rimpianta come perduta per sempre. Il mito e la forma che lo evocava come un limbo della coscienza.

Proprio dalle figure mitologiche rappresentate con l’immediatezza di presenze quotidiane, e dalle figure d’ogni giorno che invece si allontanano, si isolano nel silenzio e nel segreto, di Klinger (oltre che da quelle di Boecklin), De Chirico avrebbe fatto discendere nelle sue piazze metafisiche il mistero di un remoto passaggio di dei.

Scrisse De Chirico alla morte di Klinger: «È stato l’artista moderno per eccellenza... nel senso di uomo cosciente che sente l’eredità di secoli e secoli d’arte e di pensiero, che vede chiaramente nel passato, nel presente e in se stesso».

A questo grande autore lipsiano, la Galleria dell’Incisione, che già altre volte ha selezionato fogli dai suoi cicli incisi (da Eva e il Futuro ai Drammi, dagli Intermezzi alle Fantasie di Brahms, da Una Vita a Della Morte, alla Tenda), dedica una bella mostra che, tra tanti fogli (anche chine), fa perno sulla serie completa del ciclo che lanciò la celebrità di Klinger acquafortista, Un guanto (1881).

Concepì le sue tavole come variazioni su un tema musicale, inseguendo una attitudine medianica che secondo lui - inducendo stati di ebbrezza, estasi o torpore ipnotico - avrebbe aperto la via all’essenza del mondo.

Klinger, che non distingueva tra disegno e incisione (li univa nell’arte dello stilo) teorizzò il contrasto tra il regno della bellezza (la sublimità dell’arte classica, la forza assoluta della natura), inseguiti nella perfezione della forma, e il tormento oscuro della coscienza. Quel che seppe soprattutto cogliere fu la tecnica di sintesi narrativa del sogno, in un’epoca che si avviava alla scoperta dell’inconscio ed alla concezione della vita moderna come nostalgia, come altrove.

Si vede nei fogli all’Incisione come sia stato assai eclettico, dotato, oltre l’inclinazione onirica e allegorica, anche di un’acuta osservazione naturalistica della realtà, fino a esplorare temi della vita biologica (da microscopio) e veristici da cronaca di gazzette e da romanzo d’appendice.

Nel Guanto muove da una banale occasione cronachistica e velatamente biografica d’una bellissima brasiliana vista volteggiare sulla pista di pattinaggio e subito vagheggiata (la serie originaria di disegni fu presentata nel 1878 a Berlino col titolo: Fantasie su di un guanto trovato, dedicate alla donna che lo perse).

I fogli incominciano dall’artista che raccoglie sulla pista il guanto perduto dalla donna, e scivolano in un’avventura di sogno tramata dal guanto che portato a casa diventa un feticcio sessuale, poi un incubo goyesco, già anticipando certo surrealismo. L’avventura termina al risveglio mattutino, con un Amorino che veglia sul guanto.

Lo stile di Klinger qui celebra la fluidità che spezza i confini tra realtà e sogno, e insieme interpreta mirabilmente le ricerche dell’epoca sul sogno che elabora frammenti dell’esperienza diurna.

Klinger non è un narratore di storie compiute, piuttosto creatore di immagini dove prevale l’elemento simbolico. I fogli di Klinger ci dicono che l’uomo si consuma in un suo perenne anelito verso l’infinito, in un tessuto di segni fluenti, di ombre morbide e di tempo misteriosamente sospeso.

Fausto Lorenzi, Giornale di Brescia, 25 giugno 2001

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