1 Gennaio 2001

Il lavoro dell’arte. Intervista a Emmalisa Matteazzi Senin

di Saveria Bologna

Come ricorda il periodo in cui ha cominciato a dipingere?

Io non ho mai cominciato. Il desiderio di disegnare è cresciuto contemporaneamente a me, come crescevo io cresceva lui, è sempre stato tutt’uno con tutta me stessa.

Da bambina facevo le bambole. Le facevo col volto delle mie sorelline; poi al posto delle bambole ho disegnato le persone, con i loro volti, i loro corpi e con quello che le circondava. Era una specie di mania: i miei grembiuli di scuola erano tutti disegnati, c’erano i ritratti dei professori e quelli delle mie compagne, le lenzuola del letto pure, il tavolo dove studiavo, che era bianco, dovevano lavarlo tutte le mattine. Io continuavo continuavo e continuavo a disegnare.

Dietro la sua pittura c’è anche molto studio...

Eppure non ho seguito nessuna scuola d’arte. Ho fatto le magistrali ed in quegli anni ho avuto la fortuna di avere come professore di disegno il Ghirotti, con cui feci molto e molto acquarello. Il professor Ghirotti mi voleva molto bene, mi chiamava "la mia cavallina da battaglia". Finite le magistrali e avuto il diploma (sine qua non avrei potuto dipingere), papà portò dei miei lavori a Venezia, dal grande Milesi, per avere un giudizio sulle mie capacità ed un consiglio sulla scuola da farmi fare (pensava all’Accademia). Con grande suo stupore Milesi disse: "La s’è pronta, la me la porti". La gioia immensa che provai non l’ho ancora dimenticata. Cominciarono per me tre anni stupendi, di fervore e di passione. Abitavo a Vicenza e partivo alla mattina all’alba ogni due settimane per Venezia.

Cosa ricorda di questo artista?

Quando sono andata da lui aveva 70 anni. Era un vecchietto magro, asciutto, preciso a Pirandello. Aveva una tale vivacità quando dipingeva! Sembrava giocasse a scherma: tutto un salto, dal cavalletto alla modella, dalla modella al cavalletto, con quelle pennellate che erano come sciabolate. Era l’ultimo Milesi, il più bello perché si era staccato dalla pittura leziosa della moda di allora, era un pittore libero e dipingeva come voleva. Era cattivissimo con le modelle, ma così cattivo! Le trattava come cose, le teneva in posa per tre ore e non dovevano muovere un dito. Era anche un uomo ordinatissimo, la sua tavolozza e i suoi pennelli erano sempre pulitissimi (io non l’ho seguito in questo). Mi insegnava a modo suo, lui era un artista e non un insegnante: dipingeva su quello che avevo fatto e mi diceva: "Se te ga oci, varda!". Mi amava come fossi stata una sua figlia o una nipotina e mi diceva: "Povera ti se te te tai quele drese!". E dopo continuava a dire: "Povera ti se te te sposi’. Tanto che quando mi fidanzai non avevo coraggio di dirglielo perché lui sosteneva che dovevo dipingere, che ero un’artista, che la mia vita doveva essere quella e non la vita di una donna normale.

Come ha influito la famiglia sul suo lavoro?

Quando mi innamorai e a 22 anni sposai l’uomo più caro della terra, chiusi sogni e colori in un cassetto e per un po’ fui solo moglie e mamma, mamma di otto meravigliosi figli. Ma nemmeno allora, debbo dire, smisi completamente. Ho fatto tantissimi acquarelli, tanti ritratti all’acquarello perché con i colori ad olio i bambini mi facevano dei pasticci e mi rovinavano tutto. Oggi, rivedendo quello che facevo allora, ritrovo i volti dei miei figli bambini. Quando divennero uomini e donne indipendenti ripresi i pennelli e da allora sono sempre nel mio studio a dipingere.

Quali sono i suoi soggetti preferiti?

E sempre stata la figura ed il ritratto che mi hanno attirata di più. Nel volto trovo quello che di più bello c’è nel creato: l’intensità di uno sguardo, la fermezza del naso, la morbidezza di un labbro, la dolcezza di una guancia o la forza di una mascella, e da tutte queste meravigliose parti traspare l’animo. È molto difficile il ritratto, lo faccio da sempre ma ogni volta temo di non farcela. Quando il lavoro è stato buono allora per un po’ sono la creatura più felice della terra. Per un po’, perché non sono mai completamente e a lungo soddisfatta di me, ed io credo solo al mio giudizio.

Il paesaggio mi piace meno, o meglio ho cominciato tardi ad apprezzarlo. Mi è molto difficile trovare quello che mi interessa, non amo le cose banali. Per esempio odio il verde, cerco sempre di sostituirlo con altri colori. D’estate andiamo in montagna ed io sto così male! Per quindici giorni vedere tutto quel verde, e non posso dipingere! Mi piace quando è brullo, la campagna bassa, il paesaggio povero e secco, con la neve, il mare, la costa piatta.

Nelle sue opere si avverte un ordine strutturale che trasmette un’idea di pace e di armonia, come se ad ogni cosa o persona spettasse un posto nel mondo, nell’universo.

Il mio temperamento è sereno e si rispecchia nel mio lavoro. Della vita amo le espressioni semplici e chiare. È tutto comprensibile nella mia pittura. Ma quello che faccio non avviene così per caso, devo sentirlo profondamente, debbo sentirmi fortemente attratta verso quella cosa. È come se mi chiamasse, come se si accendessero delle luci che mi chiamano.

La composizione dei quadri è dunque casuale?

Se la trovo così è meglio, altrimenti comincia quel lavoro di sistemazione e di verifica delle luci. Però è una immagine prefabbricata che non mi piace. Il quadro deve essere vivo. Anche quando faccio i ritratti difficilmente stabilisco una posa. Sono molto spontanea, lei lo vede, non c’è niente di prestabilito in me. Solo tutto quello che è spontaneo naturale e vivo mi attira.

Quanto tempo impiega per un ritratto?

Se faccio un ritratto grande ci vogliono due o tre pose di due ore l’una. L’altro giorno ho fatto il ritratto di due bambini: un’ora e mezza l’uno e un’ora e mezza l’altro.

È velocissima...

Sono velocissima, senza pentimenti, mi viene immediato. È come se mi cogliesse un raptus. Faccio subito lo schizzo; a me piace molto il disegno e tante volte mi ci soffermo cosicché dopo non c’è niente da cambiare, di misure e proporzioni, rispetto al primo schizzo, il ritratto riesce subito giusto. Ho disegnato tantissimo perché Milesi mi diceva: "Disegna disegna disegna, perché a piturar i s’è boni tuti!". Sì, sono velocissima, poi mi dispiaccio, "ecco, l’ho già finito..." e mi dispiace molto. Non posso fare più lentamente e quando arrivo ad un punto in cui ritengo che il quadro sia terminato non posso più toccare il pennello, è finito anche se altri non la pensano così.

Qual è il problema della pittura? Vi ha trovato un limite oltre il quale non è possibile spingersi nella realizzazione di ciò che vuole?

Noi pittori non inventiamo niente. Cosa rispecchiano le nostre fantasie? Un momento della realtà. Tutti, figurativi e non, partiamo sempre da quello che ci circonda, con un diverso modo di vedere, ma non inventiamo niente. Il limite dipende da chi dipinge. Io spero sempre di fare meglio. Il mio grande lavoro ancora non l’ho fatto. Non sono mai soddisfatta, pochissime volte riesco a fare veramente quello che sentivo, e che volevo. Poche volte posso dire "Ecco, è proprio così come lo volevo".

Il fascino della pittura è dunque rimasto immutato rispetto agli anni dell’infanzia? E un’esigenza, una ragione di vita, una condizione esistenziale?

Io sarò viva finché potrò dipingere, perché la pittura è la mia vita. Una cosa che mi piace tantissimo è inventare le cose. È bellissimo. È come fare la foto di quello che si pensa ed è bellissimo. Anche questo viene a momenti, a volte la fantasia si blocca, è ferma e non produce. Ma ci sono giorni in cui si fanno delle cose stupende, la fotografia del pensiero.

Dipingere è stupendo! Ringrazio sempre Dio di avermi dato questa passione perché trovo che sia un dono senza fine, che ci accompagna tutta la vita, in tutte le nostre manifestazioni. lo sento di essere diversa dagli altri, la nostra personalità è diversa. lo rinuncio a qualsiasi cosa e mi dispiace dirlo, ma non c’è niente che mi allarghi i confini come la pittura, è una esternazione completa. Quando sono in mezzo alla gente io mi sento sola, mi sento diversa da tutti. Capisco che è un atto di superbia, ma mi sembra di non aver bisogno di nessuno, di bastare a me stessa. Ho la pittura e mi basta. Riesco a superare i momenti più brutti e più tragici perché posso dipingere. Non sento fame, rumore, sono sola, sola con i colori, lontana da tutti, anche dalle sofferenze fisiche perché non sento neppure il male. Le ore, i giorni, passano senza che me ne accorga. Sono momenti di grazia.

Da Consulenza e Società, Settembre - Dicembre 1991

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