Bresciaoggi, 31 dicembre 2011

«Jonathan Janson, la ricerca della luce magica di Vermeer»

di Giampietro Guiotto

Articolo su Bresciaoggi - Jonathan Janson

I lampi riverberano sulle lucide carrozzerie delle auto parcheggiate vicino alle incantevoli villette della piccola borghesia USA

Jonathan Janson, ospite alla Galleria dell'Incisione negli anni trascorsi, vi ritorna ora con «Luci d'inverno e ombre d'estate», 24 olii su tela, realizzati negli ultimi tre anni, che raffigurano volti sospesi e avvenimenti effimeri, paesaggi innevati, automobili ferme ai semafori, insomma, situazioni quotidiane misteriose, che si rivelano sotto l'abbagliante luce d'inverno o la misteriosa ombra tutelatrice dell'estate.
Americano d'impronta, e cultore alla Vermeer di ritratti e paesaggi sorprendenti, Janson ha dedicato un saggio monografico al grande olandese, «Essential Vermeer», studio che risulta ancora utile per comprendere il maestro secentista e, ancora di più, quello americano di oggi, che, attraverso l'uso della fotografia come strumento, acquisisce ed elabora immagini che formano la base dei suoi dipinti. Sorprende, infatti, che un innevato paesaggio contemporaneo, che ospita in un deserto parcheggio un'automobile in attesa, richiami potentemente la «Veduta di Delft» di Jan Vermeer, «il quadro più bello del mondo» nella lettura critica di un letterato-artista illustre come Marcel Proust. I riferimenti alla cultura fiamminga, del resto, sono molti in Janson: dalla pittura di genere alla prospettiva geometrica, alla luce mirata, alla scelta dei dettagli, ai fenomeni ottici della visione, ma soprattutto all'abbigliamento, all'ambientazione e agli oggetti d'arredo. Nella risoluzione del dato naturalistico, l'artista comprime la tradizione pittorica europea, attenta al dato luminoso colto in pieno giorno, con la tipica visione americana, rivolta all'immensità dello spazio e alla vastità del paesaggio.
La luce, dunque, che accarezzava i mattoni delle case olandesi di Vermeer fino ad esserne assorbita, picchietta ora contro le lucide carrozzerie delle automobili americane, perennemente parcheggiate vicino alle incantevoli villette piccolo borghesi e circondate da prati e alberi, si stempera poi sugli squarci di nuvole vaporose e vaganti in cieli monocromi, fino a planare su distese di grigio asfalto. Ogni opera emana il gusto per la dimensione domestica e per il cosciente disincanto, tratteggia la quiete del paesaggio americano, pervaso da una solitudine umana non dichiarata: l'uomo è sempre assente e al tempo stesso presente attraverso la luce accesa alle finestre o la sua automobile.

Giampietro Guiotto, Bresciaoggi, 31 dicembre 2011

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