Bresciaoggi, 24 maggio 2001

«Klinger ispirato da un guanto»

di Mauro Corradini

La più celebre tra le dieci acqueforti realizzate da Max Klinger nel 1881 (i disegni preparatori portano ad anticipare il progetto di qualche anno) è sicuramente la seconda, Handlung (Azione); sulla pista di pattinaggio, dove nasce l’evento, una giovane fanciulla perde (o, se non sembra eccessiva malizia di interprete, lascia cadere?) un guanto: alle sue spalle, il giovane artista (il volto è un chiaro autoritratto: nato nel 1857 a Lipsia, nel 1881 ha 24 anni) si china per raccoglierlo, e nel gesto il suo cappello cade/rotola goffamente sulla stessa pista: il gesto e l’azione rappresentano ad un tempo un segno di cortesia, un pretesto per un incontro/scambio di parole, e un inchino (per cogliere il guanto, Klinger è costretto a chinarsi, e in quella posa si rappresenta). Tutta la sequenza (di natura autobiografica) nasce su questo piccolo episodio: mentre le prime due immagini (Luogo e Azione) sono chiaramente ambientate nella pista di pattinaggio (pattini a rotelle), le successive otto immagini sviluppano temi meno narrativi: Desideri, Trionfo, Paure, Amore, e così via.

La fanciulla (una brasiliana appena giunta a Berlino, sulla cui pista di recente inaugurata nel parco si svolge l’evento) se ne va, veloce, lievemente piegata sulla destra, mentre con la gamba sinistra si dà il colpo per scivolare sulle rotelline: poco oltre, due uomini sorreggono cavallerescamente una signora alle prime armi, seguiti da un immaginiamo rumoroso cagnolino; nel movimento, opposto a quello della nostra protagonista, si mostrano lievemente piegati a sinistra; chino, come già si è detto, il giovane Max. Sullo sfondo, il parco fitto di Berlino, alcuni lampioncini, una esedra; sulla pista, lievi, le ombre, ad indicare un sole pallido nella tarda primavera.

Poco ci sarebbe da aggiungere alla dimensione narrata, e l’episodio potrebbe sfuggire alla lettura: l'immagine tuttavia arresta lo sguardo e inquieta. La raffigurazione mostra i protagonisti di questa «banale» storia in una verticalità precaria: è il primo termine di questa inquietudine. Difronte al corpo inclinato restiamo incerti, timorosi forse di una inevitabile caduta (la storia dell’arte ci insegna che l’obliquità strutturale è veicolo di inquietudine). Dalle figure, si trascorre con l’occhio al berretto, rotolato ai piedi dell’artista; poi al suo fianco, bianco, inquietante nell’umano pallore, appare il guanto: protagonista in tutte le immagini successive, viene ripescato in un mare in tempesta, con un arpione marinaro, oppure esibito in trionfo sul cocchio solare, o ancora disteso nella quiete dell’immagine conclusiva, simile ad una figura femminile: ma al suo fianco riposa un amorino, distante dall’inutile arco, con cui ha colpito mezza Berlino.

Klinger dimostra come la sottile inquietudine senza una causa forte, possa emergere dagli eventi quotidiani.

Le linea poetica che viene alla contemporaneità attraverso le invenzioni luminose dell’impressione non avrebbe raggiunto la profondità che le riconosciamo, se ad essa non accostassimo con notevole peso tutta la dimensione simbolista, che in Francia, negli stessi anni dell’impressione, si riscontra nella linea Moreau-Redon, e in Germania, in quella più espressionista che si riscontra in quella Boecklin, Munch, Klinger, Von Stuck. Un approdo simbolista, quello tedesco-mitteleuropeo, che miscela Freud e classicità; in questa unione di immagini che vengono dal passato e dai simboli della quotidianità, emerge una dimensione innovativa, che scava nell’animo e dell’animo diviene cartina di tornasole. Si pensi alla storia della vita, raccolta in un’altrettanto celebre sequenza, che parte da un Paradiso dell’Eden e si conclude nel Nulla; o ancora alle inflessioni che vengono dall’accostamento dell’incisione alla musica (numerose opere del maestro tedesco sono illustrazioni di spartiti) e a quelle, più inquietanti, che trascrivono le vibrazioni dell’animo: si trascorre da raffigurazioni di Titani, ad altre che trascrivono personaggi della storia classica o biblica (Erode o Prometeo, poco importa), fino a giungere alle più interiori dimensioni espressive, proprie di immagini come quelle dedicate ai moti dell’animo; Regina e Dea, Cammino di sogno — nella serie (1915) dedicata alla Tenda, pochi anni prima della morte dell’artista di Lipsia, che si spegne nel 1920.

Noto e apprezzato come pittore (una importante mostra si è tenuta non più di cinque-sei anni fa a Ferrara), Klinger è celebre per i cicli grafici che costituiscono il suo Opus fabulosum: attraverso una continua attività grafica, Klinger testimonia l’assunzione dei termini della contemporaneità attraverso la continua contaminazione iconografica, il ricorso ad un passato mitico, rivestito dalle inquietudini della quotidianità che si avvia al fango delle trincee e alla tragedia della Grande guerra.

Difficile racchiudere tutta l’opera grafica del grande simbolista tedesco; una quindicina sono i suoi cicli grafici, distribuiti nel tempo, e tutti costituiti da dieci-venti incisioni per ogni sequenza tematica (una importante rivisitazione grafica è stata compiuta, lo scorso anno, nel giugno 2000, dalla Fondazione Antonio Mazzotta a San Donato Milanese): anche i non numerosi esempi esposti a Brescia danno il senso di una complessità, trascrivono quella varietà di accenti, quei differenti punti di vista, che dell’animo nostro sono la trascrizione. Anche per questa misura, i tre sostantivi utilizzati da Mazzotta nella mostra ricordata (Sogno, mito e realtà) possono davvero costituire il compendio di questa straordinaria avventura grafica, cui è possibile accostarsi attraverso la bella e importante mostra bresciana.

Mauro Corradini, Bresciaoggi, 24 maggio 2001

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