L'Unità, 3 giugno 2001

«Klinger, la psiche in fotoromanzo»

di Alessandra Ottieri

La psiche in fotoromanzo

Conoscete Max Klinger? Se no, vale pro­prio la pena entrare nel suo mondo d'artista visionario e realista al tempo stesso, uno dei più originali che la Germania abbia prodotto a cavallo del secolo scorso. Max Klinger è di quegli artisti che una volta scoperti, non si dimenticano più. Non solo pittore e scultore, celeberrimo il suo monumento a Be­ethoven, Klinger è soprattutto un grande comu­nicatore attraverso l'incisione, la grafica stampa­ta. La prima vera occasione in Italia per vederlo in tutta la complessità della sua ispirazione fu data dalla memorabile mostra allestita nel 1996 al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. E per molti visitatori, non solo esperti d'arte, fu una scoper­ta. Vedere nella loro completezza uno ad uno i fogli dei suoi numerosi cicli di storie che raccon­tano mondi fantastici e mondi quotidiani, im­mersi gli uni negli altri, sovrapposti e confusi, rimane un'esperienza non facilmente ripetibile. Il merito di aver riproposto all'attenzione del pubblico l'opera grafica di Klinger si deve in questi giorni alla Galleria dell'Incisione di Bre­scia che fino alla fine di giugno espone una scelta consistente di opere. La sessantina di fo­gli è allestita, con consueta sobrietà e rigore, in un ambiente che ha la gradevolezza accogliente di un invito domestico. Chiara Fasser, curatrice della galleria, può vantare oggi in Italia uno dei rarissimi spazi privati che studia e promuove le forme grafiche. Emanuele Bardazzi, bibliofi­lo-esperto d'arte, è l'autore dell'acuto e gustoso testo critico del piccolo catalogo in forma di cartella di cartoline che contiene tutta la straor­dinaria sequenza del vero capolavoro di Klin­ger. Titolo: Il guanto.

Le acqueforti sono dieci, una storia in sequenza con dieci scene. L'opera, una vera e propria sceneggiatura per immagini, nasce a Berlino nel 1878 e viene pubblicata in una tiratura di 25 esemplari nel 1881. Non c'è nessuna altra opera nella storia dell'arte in quegli anni, che anticipa graficamente in modo così preciso e evocativo, il nascere della psicanalisi. E non è un caso che Klinger sia piaciuto così tanto alla metafisica di Giorgio De Chirico, al surrealismo di Max Er­nst e Salvador Dall per fare solo qualche nome. E proprio seguendo lo scritto introduttivo di Emanuele Bardazzi, vi proponiamo il racconto scenico dei dieci atti in sequenza. Ognuna ha un suo titolo. Da nobilissimo "fotoromanzo". Prima scena: Luogo (anche il nome è da sceneg­giatura). Una pista da pattinaggio a rotelle. Un gruppo di buoni borghesi riuniti, un cagnolino il guinzaglio, una bambina è caduta, qualche cappello a cilindro. Aria distesa e leggera. Scena due: Azione. Una pattinatrice vista di spalle ha perso un guanto. Un uomo, per raccoglierlo, perde il cappello. Sappiamo che Klinger si era invaghito di una bella brasiliana. Tutta Berlino aveva perso la testa per lei. L'artista racconta del suo primo grande amore inappagato. Scena tre: Desiderio. Un uomo si dispera piangendo la testa rovesciata fra le mani. È nel letto. Il letto sta in un paesaggio montuoso. Accanto giace il guanto da cui cresce un albero di frutti. In lontananza la sagoma di una donna. Scena quat­tro: Salvataggio. Mare in tempesta. Una piccola vela rischia il naufragio. Un uomo solo cerca con una lunga asta di recuperare l'annegato: il guanto. Scena cinque: Trionfo. L'umore cam­bia. E Klinger, da regista dell'anima, illustra da maestro le «intermittenze del cuore», come le chiamerà decenni dopo Marcel Proust. La sce­na è radiosa. Quasi tutta bianca, via il segno nero di prima. Nella stampa tre sono i colori il bianco, il nero, il grigio e tutti i derivati. Dov'è il trionfo? Dopo la tempesta, una biga con i suoi due cavalli, tira il cocchio formato da una gigantesca carnosa conchiglia antropomorfa. Dentro il guanto anatomico tiene le briglia.

Il sole lancia i suoi raggi. Scena sei: Omaggio. Il mare calmo e placato trasporta sulla riva picco­le ondate di rose. Sulla spiaggia un altare rende omaggio al guanto. Scena sette: Paure. Un uo­mo si contorce nel letto insidiato da orrendi mostri mentre un enorme guanto si erge su di lui. Klinger fa qui un'aperto omaggio ai mostri di Goya, incisore come lui. Scena otto: Riposo. Vetrina di un negozio. Un tripode espone un guanto. Da sotto le tende a forma di guantini sporge il muso di un uccellacelo. Scena nove: Rapimento. L'uccellacelo si materializza in un orribile lucertolone pterodattilo che stringe nel becco il guanto che ha rubato da una camera. Dalla finestra con i vetri sfondati delle braccia cercano di afferrare la coda del mostro che fugge. Scena dieci: Amore. Il finale è lieto, traso­gnato, lievemente beffardo. Il fatidico guanto, feticcio trionfale, riposa in pace sul pavimento accanto a Cupido che ha deposto le sue frecce. Sebbene Max Klinger non avesse mai dato né voluto dare interpretazioni delle sue opere, ri­mane il fatto che il tema dell'eros, il tema della donna, occupa molta parte della sua opera inci­sa. In mostra sono esposte oltre alla storia del guanto, le tavole della serie Èva e il futuro, quel­le di Una vita dove per la prima volta nella storia dell'incisione si racconta la storia di una vicenda di prostituzione. Ma c'è anche lo splen­dido ciclo in cui Klinger espone tutta la passio­ne per il mondo classico, una passione da pari a pari: nel Salvataggio di vittime ovidiane l'artista si rappresenta in gara con Ovidio, e corregge in lieto fine le tragiche storie di Piramo e Tisbe, Apollo e Dafne, Narciso e Eco. Buon diverti­mento.

Alessandra Ottieri, L'Unità, 3 giugno 2001

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