6 Ottobre 1979

La rivalsa di Agostino Goldani

di Giuseppe Tonna

“Guarda a che cosa mi sono ridotto, guarda che cosa ha fatto di me la vita” dice rivolgendosi alla memoria della mamma un personaggio di Carlo Betocchi (Carlo Betocchi, Di alcuni nonnulla - Apologhi, Edizioni dei Dioscuri 1979).

Di un tale sconforto mi sono ricordato ripensando al de­stino di Agostino Goldani (Verolanuova, 1915 - Remedello, 1977), nei giorni amari della sua solitudine. Ma Goldani non si è arreso alla serie delle varie fatalità che ne hanno fatto, sul piano sociale, uno sconfitto. Ha reagito con puntigliosa determinazione ed ha vinto, rivelandosi pittore.

La sua vita si scandisce in una serie di intraprendenze e lavori che hanno il sapore agro della pazienza e dell’accet­tazione. A diciott’anni fugge dalla panetteria in cui faceva il garzone e si butta all’avventura: parte come volontario in Africa, per Tripoli. Qui finisce magazziniere. Al ritorno in Italia (1937), viene assunto nelle acciaierie Tempini in Brescia. Ma nel 1945 tronca ogni rapporto di lavoro, il bombardamento aereo in cui è rimasto coinvolto gliene dà l’occasione. Finalmente un lavoro nuovo, libero, da muoversi per le strade del mondo: fa il rappresentante di liquo­ri. Sembra che gli si apra l’avvenire. E invece la mazzata in testa. La malattia, dolori violenti allo stomaco. La resa. Da allora è mantenuto dalla moglie con dura quotidiana tri­bolazione.

Uno sfaccendato, un fanegottone, questo Agostino Goldani. E anche un po’ strambo, lunatico, scontroso. Vit­tima della sorte, certo, ma anche - è facile immaginare la cosa nell’ambito del paese - anche del non aver voglia. E Goldani risponde col silenzio, si rinchiude nella sua stanza, neanche la moglie può entrare.

Si sedeva a un tavolo, davanti alla finestra. Un riquadro di cielo sopra i tetti, un cortile con svoli di rondini, qualche fiatare buono di letame, squilli di incudine ogni tanto. E voci di richiamo, gridi: di uomini, donne e animali.

Lui, Goldani, ascoltava altre voci. Curvo sul tavolo, crucciato, si esercitava in una sua sfida silenziosa. Contro tutto, contro tutti. Dipingeva. O meglio si dibatteva a formulare il suo alfabeto, a organizzare i suoi monemi espres­sivi, a penetrare il valore dello spazio nelle sue scansioni lontananti, ad approfondire fino ad un estremo di persua­sione cos’è la linea, come possa aggrovigliarsi, strutturarsi armoniosa in maglia, intenerirsi in una carezza di ondula­zione, farsi matematica ed esatta nello scalare in porche (o colle) lo spazio. E il colore, nelle sue tonalità mormoranti, nei suoi dissapori acerbi, agri, nei suoi rimbalzi timbrici co­me campanelli. La memoria al versante nordico, a certo espressionismo tedesco.

E lontano andava Goldani, con la mente e il cuore. A vi­vere nel suo mondo che veniva costruendo fantasticando: un mondo piccolo piccolo in una dimensione minima: una galleria di facce, di pupazzetti e di maschere, di figure umane ritmate con sicurezza di segno, perentorie: con strani copricapi quando li portano, di una fattura che riecheg­gia nei vestiti: copricapi che sembrano il pullulare di mostruose fantasie, l’estrapolazione di sogni notturni. Fino alla glossa esplicita di un animale vivente che s’annida su una testa.

Gerto, Goldani non era sicuro di sé. S’interrogava sulla propria identità, scomponendo il cognome (Gold ani, gli anni sono oro?), inventandosi un nome (Roso, da rodere: il corroso, lo smangiato dalla vita?). Lavorava e metteva via tutto, come se dovesse farsi perdonare qualcosa e cercasse una rivalsa nella quantità di componimenti che lasciava dietro le spalle. La sua eredità. Ha riempito così ceste e casse di roba. Per cui sarà bene che qualche amico postu­mo - amico dell’arte, s’intende - operi quella pur generosa selezione che l’artista non ha fatto di propria mano.

Anche solo in questa mostra - al di là delle composizioni o esercitazioni che rivelano una genuina natura di pittore che cerca sé stesso, la sua giusta dimensione, con un impegno consapevole e paziente, sempre di alto decoro - si ve­dranno tra l’altro alcuni pezzi che arrivano alla verità in uno schiarirsi improvviso del cielo interiore, certi bambinelli sognati e accarezzati, al di fuori del tutto della com­media dei grandi, della solenne carnevalata che celebrano giorno dopo giorno: bambinelli come lui non aveva, per malasorte, avuto: con la grazia e il fondo mistero di una na­tura ogni giorno sorgiva che lui, il Goldani, trovava in un suo giovane amico, un ragazzetto del caseggiato a cui solo era concesso di entrare nel segreto della sua povera offici­na. Allora Goldani canta, solitario e felice. Un dono, que­sta grazia, che arriva dopo l’esercizio, come un volo di ron­dine.

Lo spazio del suo lavoro è ancora da esplorare. Una definizione della sua opera è ancora, per adesso, prematura, ma il segno della autenticità si impone già al primo incon­tro.

Giuseppe Tonna

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