Bresciaoggi 26 agosto 2010

«Sulle orme delle canne di Sorgo. Realtà e metafora in Elio Ciol»

di Mauro Corradini

Sulle orme delle canne di Sorgo

La memoria, la luce dei luoghi, che lo straordinario fotografo friulano utilizza per descrivere la sua emozione. Astrattismo e figurazione convivono nei suoi bianco e nero. In una mostra di settembre alla Galleria dell’Incisione di Brescia

Le «Canne di sorgo» di Elio Ciol sono datate 1953, come le Ombre che alcuni alberi incidono sulla neve nella pianura di Casarsa; forse da Casarsa Pasolini se ne era appena andato in quegli anni, così come se ne stava andando il sorgo, che non era più conveniente coltivare; rimaneva la memoria, la luce di certi luoghi, che questo straordinario fotografo friulano utilizza per descrivere la sua emozione di fronte alle cose, di fronte ad una natura conosciuta e riletta, con il filtro della storia dell’arte. Una stagione che dal realismo del «fronte» si avviava verso forme più intime e inquiete di figurazione, dove neve e nebbia e contrasti di ombre e luci (Povolaro, per esempio, 1970) sembrano scandire attraverso il ritmo lento e maestoso di queste pagine di fotografia in bianco e nero, fotografie discrete, quasi appartate, come tutte le cose che hanno qualcosa da dire: si grida forte, sovente, quando si ha poco da dire.
Con Elio Ciol torniamo ad una fotografia che si misura alla pari con l’immagine pittorica; forse pensava ad Anzil (Toffolo) o a De Cillia, pensava alla pianura di Zigaina, che discende verso la laguna, il fotografo friulano, e probabilmente utilizzava la realtà del paesaggio per esprimere la verità (meglio: le verità) del mondo, nel lucido rigore di un contrasto lineare, quale solo il bianco e nero fa scoprire (come nell’acquaforte). I campi appaiono come la descrizione dell’aratura, che un monaco benedettino esprime in un testo famoso, posto come è all’inizio della nostra lingua; le case appaiono raggruppate, quasi a difesa, e attorno lo sguardo scivola verso i campi, lineari e solenni come un verso epico, scanditi dalle linee di confine che disegnano astratte geometrie. E astrattismo e figurazione convivono, come voleva la cultura del tempo, figlie entrambe di una medesima matrice, di un medesimo desiderio, di una stessa poesia anche.
Campi, alberi, vigne, case, filari di gelsi, i pioppi che corrono e sussurrano al vento lieve della brezza che sale dal mare, sono gli elementi di una narrazione che è ad un tempo analisi e memoria, unisce nella stessa pagina, a volte fin nello stesso segno, realtà e metafora: come avviene nella grande poesia, che non ha bisogno di grandi esempi, ma, a volte, anche solo di qualche storta sillaba.
La IV biennale Internazionale di Fotografia ha vissuto una molteplicità di momenti, ad iniziare, dall’aprile scorso; ha avuto un’accelerazione in maggio-giugno, lasciando tracce e pause, nel cuore dell’estate. Adesso, alla ripresa di fine estate, la Biennale si ri-propone con tutto il vigore di una ricerca che pone in campo e in parallelo, pittura e fotografia; confronto arduo e necessario, perché tale lo ha costruito la storia. E forse il curatore, Ken Damy, non avrebbe dovuto essere lasciato troppo solo, ma avrebbe dovuto essere accompagnato da qualcun altro che dall’altra parte del vetro, leggesse anche la pittura alla luce della fotografia; che mostra davvero, senza aspettare i Re Magi che non arrivano e i fuochi d’artificio che vanno bene solo per la notte di San Lorenzo. In questa riflessione che la IV edizione propone, alcune pagine, come questa di Ciol, valgono davvero una ri-scoperta piena di poesia (se il termine ha ancora un senso)

Mauro Corradini, Bresciaoggi 26 agosto 2010

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